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Polemiche stagionali e strumentali del ministro dell’Istruzione sul crocifisso

Ci sono polemiche che nascono e muoiono nell’arco di poche ore altre che sono cicliche come le stagioni o il giorno e la notte. Quella sul crocifisso, che fino a qualche decennio fa stava nelle scuole come i banchi e le lavagne, ma non è mai stato un «arredo», da qualche anno torna proprio come le stagioni.

Crocifisso in classe (Foto Sir)

Basta un nuovo ministro, talvolta anche un sottosegretario cresciuto di grado non si sa per quali meriti, che subito torna sui media e, da quando ci sono, riempie per un po’ di giorni i social. Le parole di Lorenzo Fioramonti, esponente del Movimento 5 stelle e attuale ministro della Pubblica istruzione, che ha definito il crocifisso un simbolo divisivo in una scuola, «che deve essere laica», sono arrivate dopo le polemiche sollevate dall’ipotesi di una tassa sulle merendine, e hanno preceduto di poco quelle su suo figlio iscritto in una scuola internazionale. Forse il ministro, che ha vissuto all’estero per molti anni, probabilmente troppi per rientrare e avere subito un ruolo decisivo nel governo del Paese, non sa che su quello che definisce «simbolo divisivo», ci sono stati vari pronunciamenti del Consiglio di Stato («È un simbolo idoneo a esprimere l’elevato fondamento dei valori civili che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato»), e persino della Corte europea dei Diritti dell’uomo. Forse bisognerebbe che il neo ministro, laureato in filosofia, che dopo un dottorato in politica comparata ed europea è andato in Sudafrica a insegnare economia politica, tornasse sui suoi libri.

Rileggesse un po’ di storia del nostro Paese, fosse consapevole che non è con queste battaglie che può cambiare la scuola italiana ma piuttosto trovando davvero fondi per evitare che gli edifici continuino a cadere a pezzi, assumere insegnanti e dare una linea alla scuola. È vero che nelle classi accanto al crocifisso prima c’erano le cartine geografiche e talvolta quelle storiche. Oggi i computer le hanno rese residuati inutili, ma caro ministro la Croce, come detto, non è mai stata un arredo o un simbolo divisivo se non quando qualcuno l’ha usata a sproposito per battaglie ideologiche o politiche, o per scatenare guerre che in realtà avevano ben altri obiettivi, quasi sempre economici e di espansionismo.

«Il Crocifisso nelle aule scolastiche ha una funzione simbolica, altamente educativa, a prescindere dalla religione professata da docenti e alunni», ha ricordato infatti il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo. Neppure nei momenti più bui della storia recente italiana qualcuno si è sognato di usare la Croce contro altre persone. Né, a parte le polemiche di qualche «estremista» che sempre troverà un politico o un ministro improvvisato pronto a dargli ragione per qualche titolo sui giornali, qualcuno si è sentito offeso per quello che è il simbolo di un «supremo atto di amore, fonte di vita e di salvezza per l’umanità di tutti i tempi», come ci ha ricordato recentemente Papa Francesco. E allora, siccome tra pochi mesi sarà nuovamente il periodo del Natale e dei presepi o delle recite in classe, anticipiamo qui l’altra polemica ciclica: nessun bambino, né ebreo né musulmano, si è mai sentito offeso da un canto di Natale o dalle statuine di un presepe. Sono sempre gli adulti che esasperano certe visioni come chi, in questi giorni, ha polemizzato sui tortellini al pollo. Certo se invito a casa mia l’imam della mia città eviterò di cucinare carne di maiale. Non lo farei per mettere sotto il tappeto la mia fede, nasconderla come si fa con la polvere quando non si ha voglia di raccattarla, ma solo per educazione a quella convivenza che le religioni, tutte, ci insegnano. E del resto se avessi un amico vegano, e lo invitassi a casa, eviterei di presentargli una fiorentina nel piatto ma io sarei pronto a mangiare la carne la sera stessa, o al massimo il giorno dopo, in casa come a ristorante.

«Se un uomo afferra il nocciolo della propria religione, ha afferrato anche il nocciolo delle altre» diceva Ghandi. Parole che dovrebbero rileggere molti di coloro che si professano religiosi ma anche coloro che, come l’esponente dei pentastellati, parlano di laicità senza sapere che il significato della parola. Claudio Magris, docente universitario che certo non può essere indicato come un «bigotto cattolico», già nel 2008 scriveva che «Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l’opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico». Laico, caro ministro, è una parola che anche la Chiesa usa e con la quale indica coloro che vivono nella società, in quel mondo dove il Crocifisso è sempre stato appeso nelle aule, un simbolo mai divisivo.

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