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«Populorum progressio», così Paolo VI intuì la globalizzazione

Sono passati ormai cinquant’anni dalla pubblicazione della enciclica Populorum progressio. Quel documento con cui in un certo senso papa Paolo VI coronava il Concilio da poco concluso era una straordinaria presa di coscienza dei problemi del nostro tempo e delle sue dimensioni mondiali almeno vent’anni prima che qualcuno parlasse di globalizzazione.

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Paolo VI firma la Populorum progressio (Foto Sir)

Con la Rerum novarum la Chiesa per la prima volta aveva tolto la cura della povertà e della disuguaglianza alla sola beneficenza personale e l’aveva affidata alle istituzioni dello stato cristianamente ispirate. Con la Populorum progressio la Chiesa affidava ora agli stati, alle istituzioni mondiali e alle relazioni internazionali il compito di cercare di sanare i grandi drammi planetari e di colmare almeno in parte il fossato che separava i paesi ricchi dai paesi poveri.

Andare oltre l’elemosina e oltre i confini del nostro paese non sarebbe stato possibile se Paolo Vi non avesse creduto che «la politica è la più alta forma di carità» e se Il Concilio non avesse esortato la Chiesa «esperta di umanità» a rendersi interprete non solo della protezione dei credenti, ma anche della condizione di tutti gli uomini.

È questa visione universalistica che, mentre il welfare cominciava a mettere qualche cerotto sulle maggiori lacerazioni sociali dei paesi più sviluppati, richiamava l’attenzione sull’abisso che separava invece i paesi ricchi dai paesi poveri e che fino ad allora era riposto nell’ultima pagina dell’agenda delle istituzioni internazionali. L’enciclica sostenne  con forza che si affrontasse il problema della fame nel mondo e della povertà dei paesi poveri chiedendo che ogni paese ricco «consacri una parte della sua produzione al soddisfacimento dei loro bisogni».

E fu anche per merito della Populorum progressio se nel 1969 la commissione Pearson dell’Onu, riprendendo una proposta dell’enciclica, stabiliva che i paesi sviluppati dedicassero lo 0,7 per cento del loro reddito all’aiuto dei paesi poveri. Negli anni successivi, anche per l’eco suscitata dalla esortazione del Papa, molti stati rispettarono o addirittura superarono questa percentuale che poi sarà invece molto ridotta nel tempo. Un anno prima, alla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo di Nova Delhi del 1968, l’enciclica fu portata nelle discussioni e fu  spesso citata, soprattutto dai rappresentanti dei paesi dell’Africa e del Sudamerica, per chiedere, secondo le indicazioni del fresco documento pontificio, una corsia preferenziale per l’acquisto dei loro prodotti o addirittura un prezzo minimo garantito per le loro materie prime che perdevano continuamente valore rispetto ai prodotti sofisticati dei paesi ricchi.

Negli anni immediatamente successivi, sull’onda dell’impegno anche personale chiesto dalla enciclica per i paesi poveri, nacquero anche all’interno del mondo cattolico, molte iniziative individuali e di gruppo  proiettate verso il Terzo Mondo fra cui, ad esempio quella di Mani Tese è solo la più importante.

Certamente da allora qualcosa è cambiato non solo nel mondo, ma anche in quello che allora si chiamava il Terzo Mondo. Quando Paolo VI scriveva la Populorum progressio circa metà della popolazione mondiale soffriva la fame. Oggi gli affamati sono ridotti a circa un ottavo della popolazione mondiale anche se in cifre assolute la loro è sempre una cifra enorme di quasi un miliardo di uomini. E tuttavia la disuguaglianza nel mondo tende ad aumentare anche se passa sempre di più all’interno degli stati oltre che fra gli stati. Ormai non solo il mondo ma ogni paese sembra avere purtroppo il suo Nord e il suo Sud al suo interno.

E proprio per i problemi che stiamo vivendo e subendo, rileggendo oggi una enciclica che ha pure ormai mezzo secolo alle spalle, impressiona soprattutto il suo carattere profetico non solo per il pronunciamento cristianamente mirato sulle grandi questioni del suo tempo, ma per il suo monito anticipatore delle realtà che stiamo oggi vivendo. Ci sono almeno alcune parti dell’enciclica che sembrano addirittura più attuali ora che al tempo in cui il beato Paolo VI le stendeva.

Il liberismo economico che l’enciclica allora solo paventava è oggi diventato una realtà globale e addirittura una ideologia dominante. Di fronte a questo mondo di oggi più che di ieri che impone dovunque il libero scambio senza eccezioni, punisce ogni aiuto pubblico alla economia, privilegia i prodotti che trionfano sul mercato anche se sono fabbricati con il dumping sociale di salari e diritti, impone a tutti gli stati privatizzazioni di qualsiasi impresa pubblica, non può non impressionare una enciclica che condanna «il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema della economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto» e che per di più già allora giudicava che «la legge del libero scambio non è più in grado di reggere le relazioni internazionali».

Così, di fronte a stati che contano sempre meno perché le loro scelte sono ormai sempre più dettate dai mercati che ricattano con i vari spread, rating e rialzi di tassi di interesse i governi che compiono scelte non gradite, corre addirittura un brivido sulla schiena a leggere la denuncia dell’«imperialismo internazionale del denaro» con una frase ancora più antica ripresa addirittura da Pio XII. A questo proposito l’enciclica ricorda che esistono «stati sovrani» e che a «loro soli spetta di condurre in maniera autonoma le loro faccende, di determinare la loro politica, di orientarsi liberamente verso il tipo di società perfetta».

Nel clima di oggi, dove non sembra possibile ridurre o solo ristrutturare o sterilizzare i debiti che soffocano molti stati, commuove quasi come un documento di grande ingenuità una enciclica che per i paesi in difficoltà chiede «doni gratuiti, prestiti senza interesse o a interesse minimo». Il suggerimento più concreto della enciclica era fra l’altro quello di non lasciare che negli scambi internazionali i prezzi fossero lasciati al libero mercato in modo da evitare, come poi puntualmente è avvenuto nella prima fase della globalizzazione, che i prezzi delle materie prime dei paesi meno ricchi diminuissero e i prezzi dei manufatti dei paesi più ricchi aumentassero.

Anche solo per questi motivi la Populorum progressio ha cinquanta anni e non li dimostra. Anzi sembra avere il vigore sapiente delle persone nel pieno della loro maturità. E per i fatti che l’hanno seguita e per una sorta di preveggenza di chi l’ha redatta sembra quasi un messaggio messo in una bottiglia per arrivare al nostro mondo nel nostro tempo.

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Populorum progressio

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