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Primo maggio, riportare al centro il lavoro e l'uomo ribaltando la cultura neoliberista

Per la prima volta dal dopoguerra non ci saranno celebrazioni di piazza in questo 1° Maggio; milioni di lavoratori sono in cassa integrazione; tante aziende e attività sono chiuse. Difficile festeggiare.

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Giovane al lavoro

Per la prima volta dal dopoguerra non ci saranno celebrazioni di piazza in questo 1° Maggio; milioni di lavoratori sono in cassa integrazione; tante aziende e attività sono chiuse. Difficile festeggiare.

Un microscopico virus ci ha ricordato che non siamo onnipotenti; ci siamo resi conto di quanto, in questa economia globale, siamo deboli: come cittadini, come lavoratori, come stati europei.

La globalizzazione infatti, che poteva essere un’opportunità, è stata declinata soprattutto in termini finanziari, mettendo al centro della società l’economia e non il lavoro, il denaro e non l’uomo.

Negli ultimi 30 anni la logica che ha ispirato il mondo è stata quella neoliberista, il mercato come unico motore e regolatore, la delocalizzazione sfrenata (i cui limiti sono simboleggiati dal disastro mascherine), gli individui consumatori piuttosto che le persone e le comunità. Le conseguenze, in termini di dignità del lavoro, di ambiente, di qualità dei prodotti, di distribuzione della ricchezza, sono sotto gli occhi di tutti.

La nostra società andava comunque ripensata e dovremo farlo proprio partendo dal lavoro, che i padri costituenti posero, nel primo articolo, alla base della nostra repubblica democratica. Dovremo utilizzare le nuove tecnologie, insieme sempre alla difesa della salute, per ridargli dignità, piuttosto che per sottrargliene ancora.

Va ripensato lo sviluppo, puntando sull’economia circolare come modello di produzione e non solo per riciclare meglio i rifiuti.

L’uomo va visto non solo come consumatore ma come persona che, dentro una rete di relazioni, partecipa a produrre un valore che è qualità personale, relazionale e collettiva.

Come ogni primo maggio, riaffermiamo che il lavoro va fatto in sicurezza, coi diritti stabiliti dai contratti e dalla legge e pagato in maniera equa; e il Covid non potrà essere usato come scusa per derogare.

Ma dobbiamo anche, come la Cisl ha sempre fatto, dire che il lavoratore non è solo un salariato, ma una persona con la sua vita, la sua intelligenza, la sua esperienza che va valorizzata nell’azienda e nella società, attraverso, finalmente, la partecipazione del lavoratore alla vita dell’impresa e il diritto/dovere alla formazione continua, per evitare il nuovo analfabetismo.

In questo nuovo paradigma anche le comunità dovranno ravvivare la democrazia partecipata e puntare sulla “potenza” della sussidiarietà e dell’associazionismo, riannodando i legami con l’economia reale e abbandonando la finanziarizzazione che tanto danno ci ha fatto.

Da questa crisi bisogna uscirne tutti insieme, ma cambiando le cose in meglio. Per riuscirci non ci serve l’ottimismo, abbiamo bisogno della speranza (quella che già prima del Coronavirus la nostra società pareva aver smarrito), “perché è nella speranza che siamo stati salvati.”

E allora, buon primo maggio; buona festa del lavoro!

*segretario generale Cisl Toscana

Fonte: Tog
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