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Quando lo sguardo al passato ci impedisce di vedere un futuro

Se la televisione, come spesso accade, rileva il senso comune, allora non è difficile affermare che siamo tutti vittime di un’epidemia globale di nostalgia. Non si contano le trasmissioni che guardano al passato, che rievocano, ripropongono immagini e stilemi, pensano di rivolgersi a tutti ma strizzano l’occhio soprattutto ai più anziani.

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La rievocazione è diventata uno stile narrativo, senza curarsi del futuro. Il nostro tempo, come suggerisce Zygmunt Bauman, è dominato dalla «retrotopia». Cioè dallo sguardo perennemente rivolto al passato, a cui si può persino attribuire una dimensione paradisiaca. Uno sguardo che ci spinge a navigare a ritroso perché il futuro appare colmo di incertezze e di rischi.

Dunque, la smania del progresso che ha contraddistinto l’umanità dall’età dei Lumi in poi, sembra essersi arenata sulle sponde desertificate dell’incertezza globale del nostro tempo. Al punto da guardare al futuro come una scommessa già perduta. Quindi, meglio rifugiarsi nel passato conosciuto e conoscibile, rassicurante e comprensibile, decodificabile e ripetibile. Il futuro, invece, sembra proporsi come la sede di tutti gli incubi possibili. Si tratta, invece, di ritrovare uno sguardo limpido capace di indagare le ragioni di questo vivere il presente con la testa sempre rivolta all’indietro.

Bauman suggerisce di indagare su quattro fronti: il ritorno ad Hobbes (nostalgia del Leviatano che assicurava sicurezza personale e comunitaria), il ritorno alle tribù (bisogno di Muri per difendersi dai diversi da noi), il ritorno alla disuguaglianza (crollo del lavoro e delle opportunità per tutti), il ritorno al grembo materno (all’affermazione dell’etica oggettivistica e dell’egoismo razionale).

Tutta la realtà fattuale sembra spingere verso un modello conservativo e rassicurante che vede incardinarsi nel passato la speranza dell’oggi. Mentre il futuro viene sentito come inaffidabile e ingestibile, non solo pieno di incognite, ma soprattutto portatore di disordine e di povertà. Di sicuro possiamo dire che il futuro è relegato e/o delegato ormai all’universo digitale in cui spesso i fini e i mezzi, il lavoro e il reddito, il potere e l’autorità, l’autodeterminazione e la socialità, la coercizione e la responsabilità, la cultura e la comunicazione, l’io e il noi, il singolo e la comunità, il popolo e lo Stato, la religione e la fede… possono essere facilmente dissociati e al tempo stesso svalutati. Un gigantesco meccanismo di ipersvalutazione che porta singoli e comunità a rifugiarsi in un passato che sembra rassicurante rispetto a un futuro quanto mai oscuro.

Del resto, è oggettivamente difficile oggi riporre speranza nel futuro. Il combinato disposto fra globalizzazione, finanziarizzazione e digitalizzazione ha ulteriormente impoverito intere classi sociali, ha spostato l’asse decisionale in stanze sempre più segrete, ha reso sempre meno negoziabili il lavoro e il salario, ha depotenziato la politica ripiegandola sulla gestione del presente e tagliandole le ali con le quali costruiva una visione di futuro. Di fronte a questo quadro sociale di pessimismo cosmico che spinge persone e popoli a guardare al passato come risorsa di sopravvivenza e orizzonte di senso, occorre un moto di resistenza.

Qualcuno invoca una iniezione di buonumore, quasi a farne un modello interpretativo della narrazione pubblica. Altri vogliono tornare a scommettere sulla rigenerazione della politica. Altri ancora sperano (è il caso di Bauman in sintonia con Papa Francesco) sulla forza del dialogo fra persone, popoli, nazioni e religioni. Noi umilmente suggeriamo di affidarci alla nostra secolare capacità di resilienza che abbiamo già mostrato in occasioni ben più difficili di questo nostro tempo, spesso sciocco, superficiale e insignificante. Miscelando passato, presente e futuro. Bandendo le visioni millenaristiche dal nostro passato divisivo, come dal nostro comune presente e dal nostro futuro insondabile. Magari provando ad applicare al futuro quella ermeneutica della continuità che sarà meno affascinante della ermeneutica della rottura, ma che almeno contiene in sé una speranza sul destino dell’uomo moderno. Sempre che la «retrotopia», questo sguardo fisso sul passato e questo remare all’incontrario, non ci spingano alla paralisi esistenziale.

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