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Una riflessione sulla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato

Quell’«io» al posto di Dio che in cinque secoli ha soggiogato il mondo

Il Papa attraverso lo strumento estremo della sua rinunzia chiede alla Chiesa una radicale ridefinizione dei suoi rapporti interni e che torni a far sì che il messaggio cristiano sia sul serio, concretamente, effettivamente vissuto e attuato. È evidente che rinunziando al soglio, non è affatto «fuggito», bensì ha compiuto un fermo ed estremo atto di governo.

Percorsi: Benedetto XVI
Parole chiave: Conclave (16)
(Foto Sir)

Le vecchie categorie non servono. Inutile cercare esempi e precedenti nella storia. Si sono citati i «casi» di Celestino V e di Gregorio XII: ma a sproposito. Si sono tirate in ballo le categorie di «coraggio» e di «viltà», di «successo» e di «fallimento», di «tradizione» e di «progresso»: parole e concetti tutti fuori luogo.

Il Papa rinunzia a quel «ministero petrino» che ha esercitato per otto anni. Lo ha annunziato a sorpresa, l’11 febbraio scorso – solennità della Madonna di Lourdes e Giornata dell’ammalato –, parlando di un attento esame di coscienza e di ragioni fisiche, psichiche e spirituali che lo hanno indotto al grave passo. Due giorni dopo, durante la cerimonia delle Ceneri, ha indicato tra le cause che lo avevano spinto alle sue decisioni le discordie «che deturpano il volto della Chiesa». Il 17 successivo, prima Domenica di Quaresima, ha trasformato il consueto Angelus in un perfetto trattato di teologia commentando puntualmente il Vangelo del giorno, quello delle Tentazioni (Matteo, 4, 1-11; Marco, 11-13, Luca, 4, 1-13). Al demonio che Lo tenta su tre successivi piani, quello della ricchezza e del benessere fisico («…ordina che queste pietre diventino pane»), quello della sapienza che giunge a sfidare le leggi della natura («…darà ordine ai Suoi angeli, ed essi ti reggeranno») e infine quello del potere («…ti darò tutte queste cose se tu, prostrato, mi adorerai»), Gesù oppone un netto, rigoroso rifiuto. Ma gli uomini non hanno fatto altrettanto. In particolare non lo ha fatto la nostra società occidentale, quella della Modernità, che con il suo individualismo ha collocato l’Io al posto di Dio, che in cinque secoli ha conquistato e soggiogato il mondo sottomettendolo alla sua Volontà di Potenza che ha smarrito qualunque cultura del limite, che ha stabilito il primato dell’economia, della tecnologia e della scienza accettando di adorare il denaro al posto di Dio («…non potete servire a due padroni…a Dio e a Mammona», Matteo, 6, 24).

In questo modo, la Modernità ha ceduto ai vizi capitali della Superbia, dell’Invidia e dell’Avarizia, opposti alle tre Virtù Teologali della Fede, della Speranza e della Carità che sono attributo specifico della Potenza divina (Il Padre), della Sua Sapienza (il Figlio), e dell’Amore (lo Spirito Santo). In ciò consiste quello che di solito chiamiamo pudicamente «processo di secolarizzazione», «laicizzazione», ma ch’è più propriamente Apostasia; quel che ha suggerito a noi occidentali moderni, che possiamo anche essere rimasti – o illuderci di esserlo – individualmente e intimamente cristiani ma che abbiamo rinunziato a porre il Cristo alla base della nostra vita civile, economica, giuridica, intellettuale (che abbiamo quindi rinunziato ad essere societas christiana, Cristianità), non già di rinnegare esplicitamente e definitivamente Dio, tantopiù che da Kant in poi abbiamo stabilito che è impossibile dimostrare che esista o no, bensì più semplicemente di vivere e di agire etsi Deus non daretur.

Da ciò è derivato quel che Erich Fromm ha chiamato «la società dell’Avere»: la società dei consumi e dei profitti, dell’apparire (la vanitas della Società-Spettacolo), dell’intollerabile sperequazione che regna in un mondo popolato di 6 miliardi di persone delle quali poco più del 10% – meno di un miliardo – gestisce il 90% delle ricchezze e delle risorse  (peraltro distribuite, al suo stesso interno, all’insegna della più profonda sperequazione) mentre i restanti 5 miliardi vivacchiano rosicchiando un decimo di esse; un mondo nel quale alcune migliaia di persone possono nuotare ogni giorno in una piscina olimpica privata la capienza della quale basterebbe a molti villaggi africani per sopravvivere, mentre milioni di esseri umani sono condannati alla morte per fame, per sete e per malattia (spesso per malattie che sarebbero curabilissime, se solo le multinazionali farmaceutiche accettassero di cedere i loro brevetti a prezzi ragionevoli consentendo la produzione di farmaci efficaci a basso costo).

Il consentire e anzi l’incrementare l’ingiustizia dilagante nel mondo è il peccato profondo e irrimediabile della Modernità, quello che ci condanna tutti: poiché non va dimenticato che alla Fine dei Tempi non saremo giudicati sulla nostra formale fedeltà alla Chiesa, né sulla nostra cultura, né sulle nostre intenzioni, ma sulle nostre concrete umili azioni; cioè se avremo o no difeso i deboli e gli «ultimi», saziato gli affamati e gli assetati, accolto gli stranieri e i pellegrini, vestito gli ignudi, visitato gli ammalati, soccorso i prigionieri (Matteo, 25, 31-46; 26, 1-2). Questi non sono impegni generici bensì impegni concreti, precisi e quotidiani che impegnano ciascuno di noie che richiedono una nostra mobilitazione costante. Lo sapete o no che per la legge regionale toscana nei canili municipali ogni cane ha diritto a 8 metri quadrati di territorio sul quale muoversi liberamente (vi sono sindaci che rischiano la galera per aver disatteso questa normativa), mentre i carcerati sono costretti a vivere in 2 metri quadrati senza che nessuno mostri di preoccuparsene?

Da tutto ciò derivano i fenomeni che più ci preoccupano – le guerre, le violenze, la politica travestita da religione dei gruppi fondamentalisti, le migrazioni di extracomunitari in cerca di un po’ di fortuna – e che sono non già cause, bensì effetti dei mali e dei pericoli che affliggono e minacciano la nostra sicurezza. Da ciò è derivata, negli ultimi mesi, la stessa crisi finanziaria che minaccia di travolgerci e di gettarci in miseria in seguito al colossale (e virtuale) debito che non siamo più in grado di gestire.

Il clima di questa società viziosa, impaurita, disorientata, non ha risparmiato la Chiesa: né a livello di gerarchia, né a livello di semplici credenti, di «popolo di Dio». La sua stabilità e la sua stessa credibilità è stata travolta dagli scandali finanziari (in quello Ior che avrebbe dovuto essere un’esemplare banca «equa e solidale» e ch’è diventato uno strumento di speculazione e di profitti illeciti), quindi da quelli morali (la pedofilia, come hanno mostrato le indagini sulla Chiesa statunitense e su quella irlandese, ma che ohimè hanno toccato anche quella italiana), infine da quelle discordie, da quei personalismi, da quella sete generalizzata di potere, da quella profonda mancanza di carità che ha prodotto i Vatileaks e che ha finito con il «cacciare» il Santo Padre dalla Cattedra di Pietro. Non dimentichiamo che l’atto di rinunzia del pontefice è avvenuto inaspettatamente alla conclusione di un concistoro: i problemi emersi durante il quale hanno probabilmente costituito la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza di Ratzinger.

Può darsi, anzi è molto probabile, che il Papa abbia vissuto e stia vivendo la sua rinunzia come una personale sconfitta: senza dubbio, essa è una sconfitta della Chiesa tutta. Un pontefice anziano, non propriamente ammalato forse ma certo fragile e indebolito, ha gradualmente perduto la fiducia nelle sue capacità di guidare un immenso organismo contrastato al suo interno ed ha assistito giorno dopo giorno, al livello disciplinare e pastorale, al disgregarsi di una realtà nella quale la distanza tra l’alto e il basso clero e tra il clero e il popolo aumenta di giorno in giorno mentre cresce il pratico ateismo della maggior parte dei cattolici, che non reagisce più alle direttive della gerarchia ma che semplicemente le ignora e che è ridotta a una massa di «cristiani sociologici» molti dei quali tra i più giovani non hanno nemmeno ricevuto i sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia.

Il Concilio Vaticano II, concepito per porre un rimedio a questi problemi ch’erano già virulenti mezzo secolo fa e per conciliare la Chiesa con la modernità e la democrazia, si è risolto secondo alcuni in quello che Jacques Maritain definiva «l’inginocchiarsi della Chiesa dinanzi al mondo», mentre altri obiettano ch’esso è stato sì provvido e corretto, ma che è stato disatteso e che al suo dettato si è risposto con l’inadempienza. Ora, il papa attraverso lo strumento estremo della sua rinunzia pretende che la gerarchia – e con essa, dietro ad essa, l’insieme dei fedeli – proceda a una radicale ridefinizione dei suoi rapporti interni e torni a far sì che il messaggio cristiano sia sul serio, concretamente, effettivamente vissuto e attuato.

Il primo passo per tutto ciò è il necessario, obbligatorio ristabilimento della concordia e della solidarietà d’intenti. È evidente che il Santo Padre, rinunziando al soglio, non è affatto «fuggito», bensì ha compiuto un fermo ed estremo atto di governo che obbliga i vertici della Chiesa a confrontarsi sulle loro precise responsabilità. Egli vuole che al massimo per la Domenica di Pasqua la Chiesa abbia un nuovo Pastore: che dovrà essere un papa forte, energico, non tanto perché il conclave dovrà essere in grado di individuare nel suo seno la personalità più energica e volitiva, quanto piuttosto perché egli dovrà uscire dal supremo consesso della Chiesa assolutamente certo di poter contare sull’unanime consenso e sul fedele sostegno dell’intero collegio cardinalizio, o quanto meno di una sua responsabile, sicura maggioranza. In questo modo la Chiesa potrà affrontare la vera sfida dinanzi al mondo: che non consisterà né nel suo inginocchiarsi dinanzi ad esso, né nel suo egemonizzarlo e dominarlo, bensì nell’illuminarlo e magari nello stupirlo, nell’essere per esso guida sicura.

Dinanzi ai grandi problemi e alle grandi sfide – l’ingiustizia e la povertà, le scelte della bioetica, il rapporto con la scienza, la difesa della vita, la riqualificazione della vita morale (compresi i temi del rapporto con le altre religioni e con gli atei, del celibato del clero, del sacerdozio femminile, della contraccezione e dell’aborto, della pastorale dedicata ai divorziati, del problema dell’omosessualità) – non ci aspettiamo né la chiusura misoneistica e la politica dello struzzo d’un ottuso trincerarsi dietro Dogma e Tradizione che pregiudizialmente rifiuti il confronto con tutto quel che nella società appare nuovo e mutato, né la resa incondizionata all’offensiva dell’umanitarismo materialista e ateo che pretende una scristianizzazione in nome della «ragione», della «scienza», della «tecnica» della «democrazia», del «diritto alla felicità».

Ci aspettiamo ormai (ne abbiamo il bisogno e il diritto) risposte chiare, che ci restituiscano l’orgoglio del dirci cristiani alla luce della suprema legge: amare Dio con tutte le nostre forze, e il nostro prossimo come noi stessi. Se il conclave non saprà esprimere un papa in grado di guidare in tal senso la Chiesa e non gli sarà fedele, non resterà che l’appello all’Ultima Spiaggia di un nuovo concilio.

Quell’«io» al posto di Dio che in cinque secoli ha soggiogato il mondo
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