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Quell'uso strumentale della questione sicurezza

Il paradosso dell'uso strumentale della questione sicurezza è che in realtà chi lo pratica deve distribuire insicurezza a piene mani. Prendiamo proprio il caso degli immigrati: in tempo di elezioni si diceva fossero 500 mila; oggi il Viminale gli stima in 90 mila...

Antiterrorismo nelle città (Foto Sir)

La questione della sicurezza è sempre stata centrale nella vita delle comunità umane. Secondo alcune teorie, la nascita stessa dello Stato sarebbe legata alla necessità di dare una risposta a tale questione. Negli ultimi anni, però, di sicurezza si parla in modo ossessivo all'interno del dibattito pubblico, spesso prescindendo da un'analisi effettiva e circostanziata dei fenomeni sociali e alimentando al contrario una loro percezione amplificata e distorta, a fini espliciti di propaganda politica.

Il cosiddetto «populismo» ha costruito una parte cospicua delle sue fortune elettorali su quest'uso strumentale del tema della sicurezza, connesso per lo più con la presenza degli immigrati. Perché di questo si tratta, non del legittimo bisogno di protezione sociale attivato dal crescere delle disuguaglianze e dell'impoverimento, anche in larghe fasce della popolazione europea, in conseguenza soprattutto di una globalizzazione selvaggia.

L'uso strumentale a cui si è fatto cenno, invece, ha trovato una sua manifestazione vistosa in alcuni Paesi in cui la paura dello «straniero» ha fatto e continua a fare proseliti anche se la concreta presenza di immigrati è del tutto irrilevante. Non è un caso che si tratti proprio dei Paesi in cui le tendenze illiberali sul piano della democrazia e dei diritti vengono più praticate o addirittura teorizzate. Ma è un rischio che si corre anche in altri Paesi, compreso il nostro. Vengono alla mente le parole del Capo dello Stato in occasione del 25 aprile: «La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva».

Il paradosso dell'uso strumentale della questione sicurezza è che in realtà chi lo pratica deve distribuire insicurezza a piene mani. Prendiamo proprio il caso degli immigrati. Adesso il Viminale parla di 90 mila immigrati irregolari, ma nel «contratto di governo» dell'attuale esecutivo si parlava di 500 mila immigrati irregolari perché evidentemente bisognava suscitare apprensione nell'opinione pubblica. Quanti saranno davvero? E perché vengono tagliate le forme di accoglienza che finora hanno dato i migliori risultati a livello di integrazione, che secondo tutti gli esperti rappresenta il miglior antidoto alla diffusione di comportamenti illeciti tra i cittadini extracomunitari?

Un altro caso macroscopico è quello della legge sulla legittima difesa. Una legge ansiogena, il cui messaggio implicito è: difendetevi da soli perché lo Stato non è in grado di farlo. Al punto che il presidente Mattarella, nella lettera con cui ha accompagnato la promulgazione della legge, è dovuto correre ai ripari e ribadire che «la nuova normativa non indebolisce né attenua la primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela dell'incolumità e della sicurezza dei cittadini esercitata e assicurata attraverso l'azione generosa ed efficace delle Forze di Polizia». Lo stesso Mattarella, peraltro, nel discorso di fine anno aveva affermato che «la vera sicurezza si realizza preservando e garantendo i valori positivi della convivenza». La domanda di sicurezza è oggi più che mai centrale nelle nostre democrazie e nelle risposte che ad essa si danno le forze politiche rivelano molto del loro spessore programmatico e culturale.

Fonte: Sir
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