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Riforma del lavoro: meno disparità e (forse) più crescita

Per capire la disputa in corso sul lavoro bisogna partire dall'attuale situazione del mercato. In Italia il mercato del lavoro è segmentato in due grandi blocchi. Da una parte abbiamo lavoratori con le molte tutele previste dal tradizionale contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Dall'altra abbiamo una massa di oltre tre milioni di lavoratori che svolgono funzioni analoghe ai primi ma con contratti a tempo determinato di varia natura, accomunati da un livello di tutele incomparabilmente inferiore su tutti i fronti, dai licenziamenti alle ferie.
DI PIER ANGELO MORI

Parole chiave: lavoro (615), governo (250), imprese (136)

di Pier Angelo Mori

Per capire la disputa in corso sul lavoro bisogna partire dall'attuale situazione del mercato. In Italia il mercato del lavoro è segmentato in due grandi blocchi. Da una parte abbiamo lavoratori con le molte tutele previste dal tradizionale contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Dall'altra abbiamo una massa di oltre tre milioni di lavoratori che svolgono funzioni analoghe ai primi ma con contratti a tempo determinato di varia natura, accomunati da un livello di tutele incomparabilmente inferiore su tutti i fronti, dai licenziamenti (che spesso non sono nemmeno tali dal punto di vista tecnico) alle ferie. È il mondo del cosiddetto precariato. Questa segmentazione inoltre ha una fortissima connotazione generazionale: nel primo blocco troviamo soprattutto lavoratori anziani, nel secondo soprattutto giovani.

Questa situazione pone anzitutto un problema di equità. La flessibilità del lavoro non necessariamente produce precariato. Negli Stati Uniti ad esempio il mercato del lavoro è da sempre molto flessibile ma non c'è un fenomeno di precariato come si è manifestato da noi negli ultimi dieci anni. La flessibilità negli Usa è sempre stata un punto di forza per le imprese ma anche per i lavoratori. Le imprese sanno di poter adattare la forza lavoro alle esigenze produttive senza dover sopportare costi impropri, i lavoratori sanno di poter cambiare lavoro con facilità, quando c'è bisogno o semplicemente desiderio. La diversità sostanziale è che negli Stati Uniti non c'è la segmentazione del mercato che abbiamo noi. Da noi l'assoluta rigidità del blocco dei lavoratori privilegiati fa sì che le tensioni nel mercato del lavoro – che negli ultimi anni sono state notevoli – si scarichino in massima parte sul blocco dei non privilegiati: il precariato degli uni è un'indiretta conseguenza dell'inamovibilità degli altri. Questa è chiaramente una situazione di insostenibile iniquità.

Poi ci sono le implicazioni sociali e economiche. Le prime sono numerose e investono gli aspetti più vari della vita sociale: per fare un solo esempio la precarietà del lavoro, che è concentrata soprattutto tra i giovani, è una delle cause della natalità anormalmente bassa dell'Italia. Sul piano strettamente economico il problema principale è che maggiori rigidità in uscita proteggono, fino a un certo punto, i posti di lavoro esistenti ma riducono drasticamente la nascita di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato. Negli ultimi dieci anni i contratti atipici sono esplosi soprattutto tra coloro che per la prima volta si affacciano sul mercato del lavoro, generando occupazione di bassa qualità, con ripercussioni negative sulla produttività e la crescita: la bassa crescita degli ultimi dieci anni è in parte dovuta proprio alla segmentazione del mercato del lavoro. Il vecchio sistema protegge i posti di lavoro ma non il lavoro.

Molti tentativi di mettere mano a questa situazione sono stati fatti in passato senza successo. Oggi il governo in carica ha la possibilità di portare a termine una riforma impegnativa, anche se probabilmente alla fine risulterà meno incisiva di quanto sarebbe auspicabile. L'obiettivo è di avvicinare quanto più possibile i due segmenti del mercato, senza però dissuadere le imprese dal creare nuovi posti di lavoro. Quindi non è possibile portare per legge i lavoratori precari allo stesso livello di tutele del vecchio tempo indeterminato. L'unica soluzione percorribile è portare il maggior numero possibile di lavoratori su un piano di parità a metà strada, con un tempo indeterminato più flessibile ma più diffuso. È questo che cerca di fare il governo con una serie di misure che non si riducono solo all'allentamento dei vincoli dell'art. 18 al licenziamento ma prevedono anche sostegni economici ai lavoratori in mobilità rivolti a una platea più ampia di soggetti che in passato.

Certamente la riforma porterà una maggiore equità all'interno del mercato del lavoro, riducendo l'enorme divario oggi esistente tra diverse categorie (e generazioni) di lavoratori. Più difficile è prevedere l'impatto sul sistema economico e soprattutto sulla crescita di cui il Paese ha fortemente bisogno. Una maggiore flessibilità comporta più incentivi ad assumere i giovani in buone occupazioni con contratti migliori degli atipici di oggi, e non a licenziare come dicono i sindacati. È facile che si verifichi un effetto positivo sull'occupazione – a beneficio di tutta la classe lavoratrice, giovani e vecchi – ma è assai difficile dire quanto forte possa essere, perché sono in gioco anche altri fattori. La crescita che inseguiamo non verrà di certo da una singola misura e neanche da interventi di ampia portata come quelli di cui si discute oggi, ma da una ragnatela di interventi, anche di piccola entità, capaci di spostare tutti insieme il macigno che opprime l'economia italiana da oltre un decennio: è questa la strategia del governo, una delle poche percorribili tecnicamente, forse l'unica percorribile politicamente.

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