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Scampato pericolo: la Grecia resta nell'Euro

Le elezioni in Grecia di domenica scorsa sono riuscite a dare una maggioranza favorevole all'euro composta dalla somma dei voti riportata dai due partiti storici del paese, la Nuova Democrazia e il Pasok, anche se i numeri in parlamento sono il risultato di un premio di maggioranza conquistato da Nuova Democrazia appunto come partito di maggioranza relativa mentre anche i due partiti filoeuropei messi insieme rimangono minoranza nel paese. Così ha perso consistenza, almeno per il momento, l'ipotesi che la Grecia potesse uscire dall'euro con conseguenze imprevedibili non solo per la Grecia, ma anche per l'Europa.

DI ROMANELLO CANTINI

Parole chiave: euro (132), grecia (17), ue (389)

di Romanello Cantini

Le elezioni in Grecia di domenica scorsa sono riuscite a dare una maggioranza favorevole all'euro composta dalla somma dei voti riportata dai due partiti storici del paese, la Nuova Democrazia e il Pasok, anche se i numeri in parlamento sono il risultato di un premio di maggioranza conquistato da Nuova Democrazia appunto come partito di maggioranza relativa mentre anche i due partiti filoeuropei messi insieme rimangono minoranza nel paese. Così ha perso consistenza, almeno per il momento, l'ipotesi che la Grecia potesse uscire dall'euro con conseguenze imprevedibili non solo per la Grecia, ma anche per l'Europa e perfino per il resto del mondo tanto che persino il presidente Obama si è interessato nelle ultime settimane più delle elezioni in Grecia che della sua rielezione fra tre mesi.

Il club dell'euro è un club molto particolare. Non costa poco nemmeno entrarci, ma si paga moltissimo soprattutto per uscirne. I pochi che hanno creduto e ancora credono che la Grecia guadagnerebbe ad uscire dall'euro pensano che il ritorno ad una dracma supersvalutata potrebbe gonfiare le esportazioni del paese e riempire di turisti le isole dello Ionio e dell'Egeo.

Ma la Grecia di oggi non ha quasi niente da esportare eccetto l'olio di oliva che già Pericle esportava. Gli economisti calcolano che nel ritorno dall'euro alla dracma ci sarebbe stata una svalutazione della sua moneta di circa il cinquanta per cento che avrebbe reso miserabili i greci che sono già poveri e soprattutto avrebbe reso impossibile  restituire, con una moneta che sarebbe valsa la metà, un enorme debito contratto in euro. Imprevedibili sarebbero del resto anche le ripercussioni in Europa di un'uscita della Grecia dall'euro.

Le banche europee, anche se negli ultimi anni si sono disfatte della maggior parte dei loro crediti contratti con la Grecia, hanno ancora tuttavia crediti per  circa settanta miliardi di euro che potrebbero affondarne più di una in caso di insolvenza della Grecia.

L'uscita della Grecia dall'euro dimostrerebbe inoltre che quella che finora era una pura ipotesi è diventata realtà e che bisognerebbe quindi chiedere un prezzo ancora più alto per finanziare i paesi indebitati visto che anche Lisbona, Dublino, Madrid, forse la stessa Roma, possono domani fallire come sarebbe fallita Atene. Sarebbe da temere infine anche l'effetto panico irrazionale che può spingere i cittadini dei paesi più a rischio agli sportelli delle banche a ritirare i loro depositi.

In realtà non c'è nulla anche al di là del suo deficit, della elefantiasi della sua burocrazia, della dimensione della sua evasione fiscale, che condanni la Grecia ad uscire dall'euro se non la disperazione dei greci e l'accanimento del resto degli europei. Ora che la Grecia con il voto di domenica ha dimostrato di essere ragionevole, bisogna che dimostri di essere tale anche la cosiddetta Troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Commissione europea) che detta legge alla Grecia e che dovrebbe capire che si muore non solo per mancanza di medicine, ma anche con dosi di medicine da cavallo che ammazzano il paziente. Dopo che i Greci hanno dimostrato, seppure per il rotto della cuffia, di volere ancora sperare nell'euro, adesso bisogna che dall'altra parte ci si renda conto che non è possibile pretendere da una Grecia che è in depressione già da sette anni con una diminuzione del proprio reddito nazionale che varia a seconda degli anni dal quattro al sette per cento, che ha una disoccupazione superiore al venti per cento, che ha già ridotto gli stipendi dei dipendenti pubblici del venti per cento e le pensioni del dieci per cento, non è possibile, dicevamo, che questa Grecia allo stremo possa anche ridurre, come pretende la Troika, il proprio debito del venticinque per cento di qui al 2020. Senza allentare anche di poco il cappio al collo di una Grecia sempre più ansimante anche la debole maggioranza pro-euro uscita dalle elezioni di domenica potrebbe accorgersi di essere impotente di fronte ad un compito impossibile e andare in pezzi in poche settimane.

Se si inizia a ragionare in termini di recupero e non di punizione ci si accorge che le distanze fra Grecia e Europa non sono invece così abissali non solo per chi ha vinto, ma anche per chi per il momento ha perso. Perfino Syriza, il partito greco più estremista,  non chiede l'uscita dall'Euro, ma solo la cancellazione delle condizioni di Bruxelles. Questa richiesta può sembrare la solita voglia della botte piena e della moglie ubriaca, ma tuttavia già basterebbe che si concedesse alla Grecia uno scaglionamento più lungo nel tempo del suo debito per darle un attimo di respiro e un barlume di speranza senza limitarsi a dirle «brava».

La Grecia, è vero, ha un debito pari al 160 per cento del suo Pil. Ma il prodotto interno lordo della Grecia è solo il due per cento del prodotto lordo di tutti i paesi dell'Unione Europea e il suo debito non affama certo gli europei. E quello che oggi può sembrare un  misero brandello pencolante dell'Europa minore porta con sè dei grandi valori simbolici perché è lì, nella penisola ellenica, che, tanti secoli fa, quando Bruxelles era ancora un bosco, si vuole che sia nata la democrazia e anche buona parte della civiltà europea con gli embrioni della sua arte e della sua filosofia.

Proprio oggi, quando la politica sembrano farla soltanto i numeri e i mercati, non è inutile ricordare che le grandi costruzioni politiche sono anche il frutto di straordinari atti di generosità che alla fine incollano più della logica degli interessi perché sono una certificazione di fratellanza più stringente  delle sempre variabili convenienze. Due secoli fa per costruire la federazione degli Stati di America gli stati del Sud che erano in attivo si accollarono il gigantesco debito degli stati del Nord. Venti anni fa i tedeschi della Germania Occidentale per unirsi alla Germania Orientale pagarono di tasca propria l'enorme costo della riconversione dell'industria disastrata dell'Est.

L'Europa, nonostante tutto, per unirsi deve fare ancora gesti di questa taglia.

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