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Dal n. 17 del 4 maggio 2003

Se i dittatori non sono tutti uguali

Nell'ultimo mese 65 pacifici oppositori del regime di Fidel Castro sono stati condannati a pene durissime. In totale sono stati inflitti 1454 anni di carcere. In media più di 22 per ogni condannato. Quasi un ergastolo per ogni oppositore.
Fra le vittime della nuova ondata repressiva a Cuba c'è Daniel Garcia, segretario del Movimento cristiano di liberazione, per cui è stata chiesta la condanna a morte.
DI ROMANELLO CANTINI

Se i dittatori non sono tutti uguali

di Romanello Cantini
Nell'ultimo mese 65 pacifici oppositori del regime di Fidel Castro sono stati condannati a pene durissime. In totale sono stati inflitti 1454 anni di carcere. In media più di 22 per ogni condannato. Quasi un ergastolo per ogni oppositore.
Fra le vittime della nuova ondata repressiva a Cuba c'è Daniel Garcia, segretario del Movimento cristiano di liberazione, per cui è stata chiesta la condanna a morte. Altri 5 responsabili dello stesso movimento sono stati condannati a 25 anni di carcere, così come Hector Palacio, il leader del Progetto Varela, un movimento di ispirazione cristiana nato sull'onda delle speranza di liberalizzazione del regime sorte in seguito al viaggio del Papa a Cuba nel gennaio di cinque anni fa. Palacio ha il solo torto di essere riuscito a raccogliere oltre 40 mila firme per chiedere con una campagna civile delle aperture democratiche attraverso la modifica della costituzione.

La mazzata di Fidel Castro contro una opposizione non violenta ha provocato numerose proteste in Europa, in America Latina, nel Canada e negli Stati Uniti. Il segretario di Stato, cardinale Sodano, ha inviato una lettera a Castro in cui chiedeva clemenza per i condannati a nome del Papa.
Ma la commissione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite non ha saputo altro per l'occasione che chiedere a Castro di ricevere un emissario dell'Onu. Una risoluzione presentata dal Costa Rica che chiedeva di condannare la repressione in atto è stata respinta nella commissione.

Così il tema della violazione dei diritti umani di tante parti del mondo è tornato brutalmente d'attualità. Se la democrazia non può essere imposta con la violenza non è nemmeno possibile restare indifferenti di fronte ai troppi misfatti perpetrati contro la dignità dell'uomo.

L'Onu, che ha prodotto negli ultimi cinquanta anni le più importanti dichiarazioni universali dei diritti dell'uomo, dovrebbe essere la loro prima sentinella. Eppure ormai anche al suo interno non c'è intesa su questo tema essenziale. Spesso si ha l'impressione che persino coloro che dovrebbero essere sul banco degli imputati riescano a salire sul banco dei giudici.

Nel marzo scorso, su suggerimento di numerosi Paesi africani e con l'astensione dei Paesi europei, la presidenza della commissione dell'Onu che dovrebbe vigilare sul rispetto della libertà di espressione, di voto, di fede religiosa e di credo politico è stata affidata alla Libia, un paese che molte associazioni come Amnesty International e Human Righ Watch accusano di eliminazione continua di oppositori con rapimenti, desaparecidos, omicidi e condanne senza processo.
Ma ciò che è più grave è che ormai in seno alla commissione si fa mercato delle assoluzioni attraverso il metodo sotto banco per cui «io non condanno te se tu non condanni me». Così, anche recentemente, la Russia per nascondere la sua Cecenia e la Cina per nascondere il suo Tibet sono andate in soccorso insieme a 14 Paesi africani dei regimi del Sudan e dello Zimbawe che stavano per essere condannati.

Ci vorrà del tempo prima che, come chiedono per esempio molte organizzazioni non governative, per essere ammessi alla commissione dei diritti umani i vari Paesi si dichiarino disponibili ad accettare degli ispettori sul rispetto di questi diritti. Per il momento per eliminare un dittatore si pratica addirittura una guerra. Per non disturbare tutti gli altri, non si ha nemmeno il coraggio di rivolgere loro un rimprovero fatto di franche e doverose parole.

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