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Senza la Croce non c'è storia né libertà. Per nessuno

Sul Crocifisso nelle aule delle scuole italiane, e sulla sentenza della Corte europea per i diritti umani che lo ha «censurato», ho letto nei giorni scorsi infiniti commenti. Mi restano in cuore due forti emozioni. L'una sta dentro il dibattito giuridico, in quello culturale e poi in quello politico, che tutti ci ha coinvolto e ci coinvolge.
DI GIUSEPPE ANZANI

Parole chiave: crocifisso (39), consiglio d'europa (26)

di Giuseppe Anzani

Sul Crocifisso nelle aule delle scuole italiane, e sulla sentenza della Corte europea per i diritti umani che lo ha «censurato», ho letto nei giorni scorsi infiniti commenti. Mi restano in cuore due forti emozioni. L'una sta dentro il dibattito giuridico, in quello culturale e poi in quello politico, che tutti ci ha coinvolto e ci coinvolge. Sento che gli argomenti si affacciano tumultuosi e traboccano, nella passione del dire, e non è il caso di imporsi di tacere. L'altra emozione è un contatto profondo col mistero, perché Cristo in croce è mistero. E lo sentirò inginocchiato, alfine, dentro un silenzio che i clamori mediatici non scalfiranno, lo so. E vorrei infine esser confidente ai lettori su questo silenzio, se possibile. Ma prima, resta necessario dire, e dire forte.

Nel dibattito giuridico, ho sentito errori grossolani. Come il ritenere che questa sentenza venga da un organo dell'Unione Europea. Come se l'Italia fosse stata «bocciata» in materia di leggi uniformi per l'Unione. Non è così. La sentenza della Corte di Strasburgo non c'entra niente con l'Unione europea. L'Unione europea è fatta di 27 Stati, ha un suo Parlamento, ha un suo Esecutivo (Commissione), ha un suo organo giudiziario (Corte europea di giustizia).

La Corte europea dei Diritti dell'Uomo è un'altra cosa. È nata da un trattato fra 47 Paesi (per capire la dimensione, c'è dentro anche la Russia) e giudica i conflitti nei quali si accusa uno Stato di violare i suoi diritti umani. Per esempio, appunto, una donna norvegese divenuta italiana, che non voleva che i suoi figli a scuola vedessero il Crocifisso, ha accusato lo Stato italiano di violare la libertà di religione. La sentenza le ha dato ragione, e ha condannato lo Stato italiano a risarcirla con 5mila euro.

Cerco di isolare il ragionamento giuridico nella sua essenzialità schematica, nella sua «logica», dentro i circuiti ai quali sono allenati i giuristi e i giudici. E subito avverto un moto di rivolta, perché il concetto di libertà da salvaguardare, come diritto fondamentale dell'uomo, qui si tramuta in divieto di libertà. Parliamoci chiaro, sulla libertà. Se l'espressione di una fede religiosa, oggetto di libertà, deve patire censura e repressione per il «veto» di chi ne dissente, mi sembra un capovolgimento della logica giuridica, un mettere la testa al posto dei piedi. I «diritti umani» allora non riguardano più la libertà in senso positivo di tutela espressiva, ma si rovesciano in divieti; diventano il confine dei gradimenti permissivi, oppure lo slalom degli infiniti sgradimenti antagonisti. Quand'è così la libertà muore. Per dare un'immagine paradossale della libertà incatenata dai paralogismi libertari proviamo a pensare a una «libertà di parola» che impone come precetto il silenzio, il silenzio virtuoso che «non turba nessuno». Provate a ripetere lentamente: «libertà di parola uguale silenzio». È questo l'estremo sillogismo castratorio della libertà.  ul piano culturale, la rivolta emotiva in Italia è stata unanime. Il Crocifisso è simbolo identificativo della nostra civiltà. La presenza del Crocifisso nella nostra storia, nella storia italiana e nella storia europea, è la traccia che tiene assieme il pensiero, l'arte, la riflessione filosofica, il detto e lo scritto, le parole e le pietre della nostra civiltà. È il nostro essere, la nostra consistenza. Non si butta via così la nostra identità. Guardiamoci attorno, le nostre città, le nostre piazze, le nostre vie, le vestigia di bellezza impareggiabili, inconfondibili, che traspirano il nostro senso cristiano, direttamente o simbolicamente. Tutto quanto fluisce nella storia nostra, che resta per noi centrale, ma che vale anche verso il mondo intero, si propone nella libertà; ma non cessa di appartenere in primis alla eredità storica e identitaria, quella che ci fa popolo umano. Popolo aperto, in questa storica vocazione, alla singolare universalità dell'amore cristiano, dentro la quale campeggia proprio il Cristo Crocifisso, e il suo amore che salva. Senza questa fede non capiremo più nulla della storia dell'arte, della storia della letteratura, del pensiero, della vita. Azzardo dire a tutti, dentro la fede: senza il Cristo in croce, non c'è storia di salvezza. Per chi è senza fede, è più breve: non c'è storia, era già tutto finito.

La fede, che è dono e virtù, sta fuori dei giochi umani. La libertà della fede è un diritto che non può essere compresso. Cristo non la comprime. Invece, non è libertà ciò che censura la libertà. Tenere la croce di Cristo è tenere la salvezza. Per tutti.

Senza la Croce non c'è storia né libertà. Per nessuno
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