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Siamo ostaggi di una sorta di «guerra civile» del rancore

Venticinque anni fa, per la precisione il 30 aprile del 1993, il risentimento politico prese la forma del lancio di monetine contro Bettino Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael, dove il leader socialista risiedeva nei suoi giorni romani. Comunque la si veda e la si pensi, qualunque sia il giudizio storico e politico sul leader socialista e sul ruolo della magistratura nell’operazione Mani Pulite, è difficile non intravvedere un filo rosso che unisce quella storia ai nostri giorni.

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Bettino Craxi all'uscita del Raphael il 30 aprile 1993 (Foto Wikipedia)

Ovvero, con il trionfo delle forze di ispirazione populista che, insieme con quelle di stampo sovranista, hanno raccolto il 51% del consenso popolare espresso nell’ultima tornata elettorale. In sostanza, un cittadino italiano su due manifesta sentimenti di rancore nei confronti del sistema politico. E anche verso i partiti, nati o rifondati dopo il terremoto di Mani Pulite, nel solco di due grandi tradizioni politiche quali il popolarismo (Forza Italia e Udc) e il comunismo (Pd). Non è un caso, infatti, che dei partiti della Seconda Repubblica si salvi solo la Lega che cavalca la logica nazionalista che spira forte anche in Europa. Questa forma estrema di rancore politico che rasenta in taluni casi l’odio, sembra il lascito più vistoso e profondo di quella stagione politica in cui in tanti, forse troppi, hanno pensato bene di buttare il bambino (i partiti fondatori della Repubblica) con l’acqua sporca (Tangentopoli). La storia successiva la conosciamo bene: la Seconda Repubblica con il suo sistema maggioritario è nata proprio sull’onda di quel rancore politico che non si è per nulla purificato. Anzi, ha vissuto una nuova scoppiettante stagione nell’antiberlusconismo che, complici gli indiscutibili eccessi (leggi ad personam) e le deprecabili omissioni (mancata disciplina del conflitto di interesse) del leader di Forza Italia, ha fatto da collante ideale.

Ma lo sviluppo paradossale è che dai giorni delle monetine del Raphael non sembra essere cambiato nulla. Il rancore è ancora un protagonista assoluto della vita politica italiana. I nuovi populisti dall’incerta identità politica (per loro stessa ammissione…) sembrano ritrovare ancora oggi in Berlusconi il Grande Nemico dalla cui cancellazione politica dovrebbe dipendere la rinascita del Paese e il Grande Cambiamento del sistema politico. Una visione a dir poco utopica e millenaristica, segnata da un semplicismo disarmante, che può essere solo parzialmente giustificata dal candore dei movimenti nascenti. Anche perché quando si arriva in Parlamento, il candore lascia il posto al realismo, se non al cinismo. È sempre accaduto e sempre accadrà.

Dunque, il rancore come moneta forte da Mani Pulite in poi. Il rancore come strumento privilegiato per vincere le elezioni, ai danni ovviamente degli odiati partiti «oppressori del popolo». Il rancore come cifra della insorgente Terza Repubblica. Il rancore come motore del Grande Cambiamento. Il rancore come trama e veleno delle relazioni sociali. Il rancore come prodotto delle disuguaglianze che stanno minando la pace sociale.

Ecco perché non può stupire la profonda incertezza che serpeggia nel profondo del Paese. Ma sia chiaro, nessuno di noi può tirarsi fuori da questa partita a perdere, a prescindere dalle proprie scelte di campo politico. Frenare, combattere, ridimensionare… il rancore è anche affar nostro. Metterlo fuori gioco sarebbe l’ideale, ma tutte le circostanze al momento sembrano giocare contro. Infatti, non è ancora nato un partito, un movimento, una fazione che si faccia carico di questa missione, che è innanzitutto politica. E anche la società civile, purtroppo, non dà segni di impegno in questa direzione.

Eppure, il Paese ne avrebbe un bisogno disperato per riprendere la strada dello sviluppo corale, armonioso, territorialmente e socialmente bilanciato. Ma chi lo spiega ai populisti e ai sovranisti che rancore e bene comune non stanno insieme neanche per scommessa? E neppure per un semplice scatto di volontà?

Di rancore in rancore, al massimo un popolo può tirare a campare, ma rischia di morire di inedia. E comunque non c’è soluzione istituzionale, alchimia politica o legge elettorale che possano sostituire il desiderio di riconciliazione di un popolo. Paradossalmente l’Italia sembra ancora in ostaggio di una sorta di «guerra civile», fra popolo e classi dirigenti. Con tanto di ascari, di avvelenatori e di mestatori. Mettere la parola fine a questa «guerra civile» può essere la nostra salvezza. Speriamo che qualcuno trovi il coraggio per fare il primo passo.

Siamo ostaggi di una sorta di «guerra civile» del rancore
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