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Strage senegalesi, una vicenda che lascia tante domande aperte

Inutile, forse, impegnarsi troppo a chiedersi i «motivi», le «ragioni», che possono aver condotto il pistoiese Gianluca Casseri ad aver sparato a Firenze su un gruppo di senegalesi uccidendone due e ferendone un terzo nel mercato di Piazza Dalmazia per poi spostarsi nell'altro mercato, il più centrale San Lorenzo, ferirne altri due e chiudere la sua ultima, tragica giornata dandosi la morte durante un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine.
DI FRANCO CARDINI

Parole chiave: firenze (398), immigrati (728)

di Franco Cardini

Inutile, forse, impegnarsi troppo a chiedersi i «motivi», le «ragioni», che possono aver condotto il pistoiese Gianluca Casseri ad aver sparato a Firenze su un gruppo di senegalesi uccidendone due e ferendone un terzo nel mercato di Piazza Dalmazia per poi spostarsi nell'altro mercato, il più centrale San Lorenzo, ferirne altri due e chiudere la sua ultima, tragica giornata dandosi la morte durante un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine.
La nostra memoria di fatti di sangue analoghi, dall'America alla penisola scandinava, è troppo recente e bruciante perché ci sia bisogno di paragoni scontati o di commenti banali. Certo è che la ricerca delle «ragioni» di gesti del genere è destinata a restar infruttuosa: in se stesse, certe azioni non possono essere, soggettivamente parlando, che frutto di squilibrio, di depressione, insomma di quella che genericamente si usa definir «follìa». I commenti, i servizi, gli approfondimenti dei prossimi giorni aggiungeranno tessere più precise al mosaico, al momento in cui scriviamo ancora lacunoso e sconnesso, dei dati a nostra disposizione. E allora, semmai, si tratterà di evitare il voyeurisme ozioso, l'inutile e malsana curiosità.

Due domande senza risposta
Per ora, di fronte al tragico caso fiorentino, due sono comunque le domande da porsi in primissima istanza.

Prima: sta davvero divenendo, anzi è ormai divenuto tanto facile nella nostra Italia il provvedersi di armi da fuoco, per quanto la nostra legislazione almeno in tale materia sia ancora per fortuna lungi dall'essere permissiva? Ed è anche possibile farlo addirittura a buon mercato? Esiste anche da noi un circolo vizioso, un legame più o meno strutturale - e non occasionale - tra malavita ed estremismo politico, che potrebbe in qualche modo spiegare la frequenza dei casi di detenzione abusiva di armi? Se dopo la fine degli «anni di piombo» la vigilanza contro questi aspetti degenerativi della nostra società si è abbassata, magari in quanto altri ne emergevano, non è il caso di ricondurla a un livello più alto? In molti dei nostri comuni esistono «assessorati alla sicurezza»: non è per caso che essi hanno diretto la loro attenzione nell'unico o prevalente pericolo del fondamentalismo islamico, trascurando altri settori a rischio?

Seconda: evidentemente, nella sia pur distorta logica dell'assassino, il bersagio evidente e sistematico è stato costituito in questo caso dai senegalesi. Lasciamo da parte l'ipotesi - che è pur ragionevole: e che sarebbe in fondo la più rassicurante - di una qualche sia pur maniacale «ragione» di animosità, o di rancore, che il Casseri potrebbe aver avuto per tale comunità e che potrebbe essere stata causata da qualunque motivo (una rissa per futili motivi, una ragazza, un affare di soldi o un giro di droga eccetera). Ma la possibilità che vi sia qualcosa di peggio resta aperta. I senegalesi  sono, per tratti fisiologico-somatici e per abitudini, degli africani più «africani» degli altri: sono neri, amano vestire i loro abiti tradizionali, appaiono ben caratterizzati e riconoscibili: può essere stato sufficiente, ciò, a scatenare la follìa latente di un soggetto ammalato di razzismo, che ha voluto colpire l'Altro là dove gli sembrava che esso si manifestasse più esplicitamente e provocatoriamente tale? Oppure la strategia demenziale dell'assassino è a modo suo più raffinata (e obiettivamente più contorta), al punto da suggerirgli di colpire la comunità senegalese proprio in quanto essa è notoriamente e per comune giudizio (diffuso a Firenze come altrove) la più mite, la più remissiva, la meno aggressiva, insomma la più «simpatica»?

I senegalesi sono divenuti target dello sparatore in quanto più «diversi» da noi degli altri extracomunitari, e simbolo quindi della cultura «altra» e nemica,  oppure in quanto più inclini degli altri ad accettare e addirittura a cercare il dialogo e pertanto esempi di una convivenza pacifica che  a suo avviso sarebbe la fine della civiltà bianca, europea, occidentale che egli ha tentato col suo folle gesto, e nel suo universo mentale sconvolto, di tutelare?

Non lo sapremo mai. Gianluca Casseri ha portato con sé il suo segreto. Ora, sottolineare il fatto che egli fosse un frequentatore della sede pistoiese di Casa Pound,  appare francamente di poco rilievo: e l'insistervi sarebbe forse una speculazione inutile. Che nel mélange di elementi politico-culturali che animano le varie Case Pound d'Italia possano esser presenti anche istanze a carattere razzistico, è possibile: ma da lì al gesto dello «sparare nel mucchio», il passo non è affatto breve.

Paura e vendetta, una spirale da evitare
Tuttavia, una considerazione va fatta. Quella che riguarda l'emergenza del momento che andiamo attraversando. Fino a pochi mesi fa, i sostenitori dello «scontro di culture»  potevano ben favoleggiare di un progetto musulmano per impadronirsi dell'Occidente o sostenere che la costruzione di una moschea in Valdelsa o in Valdigreve potesse nuocere al paesaggio più di quanto mai abbiano fatto mostruosi centri commerciali oppure orribili cassettoni psichedelici destinati a ospitare discoteche o spacci della McDonald's. Ma la società civile, bene o male, teneva; la sua struttura socioeconomica sembrava reggere, nonostante storture e scricchiolii; e allora la gente, di destra o di sinistra che fosse, apocalittica o integrata che si sentisse, accordava in fondo poca attenzione sostanziale ai predicatori dello scontro, a quelli che dietro ogni avversario intravedono sempre le corna e la coda puntuta del Nemico Metafisico o ne colgono il lieve, tuttavia acre sentor di zolfo. Oggi, però, il discorso è diverso: e si profila possibile, e non certo remoto, l'aggravarsi della crisi in atto. E allora il rischio è che il pietoso caso di follìa del Casseri sia, in realtà, un sintomo, e abbia il valore di un avvertimento per tutti.

Ora ci sentiamo più scoperti e abbiamo più paura. La crisi economica può costituire il detonatore di una violenza finora sommersa e quindi a torto sottovalutata. Dietro la stessa encomiabile solidarietà dei commercianti dei mercati fiorentini si scorge in fondo la medesima tensione. C'è chi spara perché ha paura e chi risponde proponendo di organizzarsi perché ha paura anche lui. Una logica del genere è quella che porta alla spirale della vendetta. Diciamolo chiaro: è questa la strada da non prendere. Mai.

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