Opinioni & Commenti

Toscana e Algeria, un legame dai tempi di La Pira

DI VITTORIO CITTERICH

La Toscana va dunque in Algeria per un gesto d’amicizia e di solidarietà. Per il cronista, ormai carico di anni e dunque di memorie, è come la restituzione di una visita antica che l’Algeria compì a Firenze nel 1957, se ben ricordo.Il Sindaco La Pira che, dal 1952, aveva inventato uno strumento diplomatico nuovo, i convegni per la pace e la civiltà cristiana di Palazzo Vecchio, per superare i manicheismi arrischiati della guerra fredda nell’era nucleare e offrire alla politica internazionale inedite (allora) occasioni di dialogo e di incontro, era impegnato ad allargare l’orizzonte dell’impegno originario. Con due specificazioni. La prima, nel 1955, con il convegno dei Sindaci delle città capitali che costrinse, in qualche modo, anche i Sindaci di Mosca e di Pechino ad uscire dalle costrizioni ideologiche per misurarsi con le dimensioni fondamentali delle città.

A ciascuno ed a tutti una casa per amare, una scuola per imparare, una fabbrica o bottega per lavorare, un ospedale per guarire, una chiesa per pregare e tanti giardini perché i bambini possano giocare ed i vecchi riposare, secondo la poetica e realistica definizione lapiriana. La seconda specificazione, dal 1957 in poi, si intitolò «colloqui mediterranei» nel cui ambito, con il contributo di ebrei, cristiani e musulmani, si elaboravano i primi tentativi culturali e politici di «riconciliazione della famiglia di Abramo».

Il Mediterraneo come un nuovo lago di Tiberiade, poetava La Pira, in una situazione che invero vedeva i famigli abramitici dell’epoca alle prese con guerre implacabili nel Medio Oriente come in Algeria. Dove lo scontro tra l’arroccamento coloniale francese e il fronte per l’indipendenza algerina (Fln) stava raggiungendo asprezze smisurate mettendo in crisi l’intera politica europea. Anzi. Più che la politica (e gli interessi sottostanti) la «sporca guerra d’Algeria» metteva in crisi la rinascente cultura di un’Europa democratica ritrovata sulle comuni radici cristiane, dopo le macerie non soltanto materiali derivate dal secondo conflitto mondiale provocato dall’impazzimento del neo paganesimo nazista. Quando le parti contrapposte si arroccano dilaga, inevitabilmente, la negazione del prossimo, dell’«altro».

Faceva scandalo, in quegli anni, l’Arcivescovo cattolico di Algeri Etienne Duval che, in virtù della sua missione pastorale, pur essendo francese, non intendeva in alcun modo arruolarsi fra i negatori del prossimo algerino. E tanto meno poteva tacere quando i paracadutisti, i parà, agli ordini del duro generale Salan che accusava il generale-presidente Charles De Gaulle di essere un disfattista, adoperavano la tortura per difendere la «civiltà cristiana» dai ribelli. In un tale contesto La Pira convoca a Firenze il «colloquio mediterraneo».

Lo sguardo è particolarmente rivolto al conflitto arabo-israeliano del Medio Oriente ma non può trascurare, naturalmente, i risvolti della guerra d’Algeria e la spaccatura culturale che si approfondisce. Il Sindaco è convinto che questi conflitti, per quanto altrimenti motivati, si inseriscono oggettivamente nella «dicotomia nord-sud» che è la vera «dicotomia del mondo», assai più del contrasto est-ovest che distrae le menti dei benestanti (come ha scritto ne L’attesa della povera gente del 1951). E spinge, infatti, il suo amico dei tempi della resistenza al fascismo Enrico Mattei, presidente dell’Eni, a intervenire economicamente a favore delle indipendenze che nascono sull’altra riva del Mediterraneo. «Se fossi un uomo d’affari, credimi, darei loro una mano oggi, così, quando domani saranno loro i padroni, mi faranno qualche sconto». E non è detto che il suggerimento, applicato allora, a suo tempo, non avrebbe risparmiato all’Europa mezzo secolo di guai. Ad ogni modo, per quel lontano colloquio mediterraneo di Firenze, La Pira invitò anche i rappresentanti dell’indipendenza algerina. Ancora non acquisita, per la verità, tanto che gli ospiti vennero forniti di passaporto tunisino. E ne derivò uno dei tanti scandali fiorentini dell’epoca. Telefonò, allarmato, il questore. «Stanno arrivando i ribelli algerini con falsi passaporti e con le bombe!». «Stia tranquillo, li faccio sorvegliare dai vigili urbani in bicicletta».

Manifestò preoccupazione anche il gesuita Danielou (il futuro cardinale) che faceva parte della delegazione francese. «Io, nella mia posizione, non vengo in Palazzo Vecchio perché questi potrebbero offendere il generale De Gaulle…». «Non si preoccupi, mon Père, questi, se proprio non hanno studiato dai gesuiti, hanno studiato certamente dai salesiani francesi…». Nel Salone dei Cinquecento, introdotto dal Sindaco come rappresentante dell’Algeria, parlò Ahmed Boumandjel in uno splendido francese: «Credo nell’indipendenza della mia patria e nella possibilità della pace mentre ringrazio la Francia per la cultura che mi ha dato e per avermi insegnato liberté, egalité, fraternité». Nascosto dietro una tenda del grande salone intravidi, furtivo fra uno fruscio di tonaca, Danielou che esclamava compiaciuto: «Olalà, olalà». Discorsi ufficiali a parte, francesi ed algerini ebbero occasione di parlarsi in privato passeggiando sui Lungarni dove si affacciavano i reciproci alberghi. Da cosa nasce cosa. Tre anni dopo venne la pace con gli accordi di Evian. E Ben Bella, il ribelle che era stato rapito in volo dai francesi all’inizio della rivolta, divenne il primo presidente dell’Algeria indipendente. Per la festa dell’indipendenza il primo novembre 1962 accompagnai La Pira ad Algeri dove era stato invitato. Mi dettò il calendario delle visite: «Prima andiamo dalle Suore di Clausura, primato della preghiera, poi dall’Arcivescovo Duval che ci dà il bollo di circolazione della Chiesa, quindi a festeggiare l’indipendenza con Ben Bella».

«Diciamo un’ Ave Maria per l’indipendenza dell’Algeria anche se probabilmente siete quasi tutte francesi» disse. «Noi siamo tutte algerine perché il Signore ci ha chiamate a pregare qui, in Algeria», rispose la Madre Superiora. «Vedi come sarebbe utile che la politica si adeguasse, ogni tanto, alla preghiera», commentò il Professore. «Lei rappresenta l’Italia?» gli chiese l’Arcivescovo Duval. «No, rappresento soltanto Firenze capitale della Toscana» rispose. «Lei rappresenta anche Gesù Cristo perché in Algeria la conoscono tutti, anche i musulmani, come un cristiano operatore di pace» sorrise l’Arcivescovo facendo il gesto della benedizione.

Fuori dell’ufficio presidenziale di Ben Bella c’era una fila di autorità straniere in paziente attesa. Il presidente aprì la porta e si affacciò. «Venga Lei per primo, la riconoscenza e l’amicizia devono prevalere sul protocollo». Il Sindaco si tolse il cappello e attraversò in fretta il corridoio fra due ali di eccellenze stupefatte. «Nel momento in cui ricevo La Pira nell’ufficio che, nel tempo coloniale, è appartenuto al generale Salan vuol dire che, davvero, la storia è cambiata». Si abbracciarono, a lungo. La storia cambia, nei suoi punti alti e di svolta. Ma i cambiamenti, spesso, non durano a lungo e non mantengono tutte le promesse. Durò poco la presidenza di Ben Bella, l’indipendenza algerina ha conosciuto molte amarezze e delusioni. Tuttavia anche nel dramma è una svolta che continua. Ogni tanto occorre riprendere il cammino con nuove speranze ed energie. Ben Bella, in quel lontano giorno d’incontro, raccontò al Sindaco le molte difficoltà dell’esordio. «Ai credenti in Dio sono assegnati compiti difficili, avanti e coraggio» rispose La Pira. Ieri come oggi, è vero. Avanti e coraggio.

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