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Tra le macerie del Pd l’auspicio che questo governo vada avanti

La grave crisi esplosa all’interno del Pd segna, con ogni probabilità, la fine di un ciclo. Anche se dovesse, a sorpresa, rientrare tutto (domani come tra un anno) è chiaro che quanto accaduto lascerà più di un segno. Soprattutto lascerà quello che è stato il principale partito italiano degli ultimi anni trasformato in un cumulo di macerie, con il fallimento sostanziale di un progetto che affonda le radici nella stentata nascita della cosidetta Seconda Repubblica.

Il giuramento del governo Gentiloni

Non è un caso che il dibattito di questi giorni si vada indirettamente ad incrociare con la necessità di una riforma della legge elettorale in chiave proporzionale. Fu l’introduzione del principio maggioritario a segnare la fine della prima fase della nostra storia repubblicana, non Tangentopoli. Quest’ultima arrivò a spianare l’eredità di un sistema che, come l’attuale, ormai reggeva l’anima coi denti. Torti e ragioni è inutile darne.

Certo, Matteo Renzi avrebbe assolto meglio al suo compito di segretario aprendo un doveroso dibattito dopo la sconfitta del 4 dicembre; ugualmente i promotori della scissione avrebbero potuto interrogarsi di più sulle conseguenze del loro passo su un governo che, invece, avrebbe dovuto essere messo nelle condizioni di operare. La politica però ha una sua saggezza nel non porsi i problemi del passato se non come la condizione di partenza per trovare delle soluzioni.

Nell’immediato il Pd è un partito in cui la frattura tra quadri ed elettorato è innegabile quanto profonda; Renzi dovrebbe fare attenzione prima di affrontare una nuova tornata di primarie: non ha più il vento in poppa, è reduce da una lunga striscia di sostanziali sconfitte elettorali e in più D’Alema e Rossi sono ben radicati sul territorio. Non è detto per nulla che facciano la fine di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Al contrario, sono gli ultimi esempi di una sorta di risveglio della socialdemocrazia classica che vede in Europa Benoit Hamon affermarsi nelle primarie del Psf, Corbyn guidare (con fatica, ma per sue colpe personali) il Labour e Schulz superare a sorpresa Angela Merkel nei sondaggi mentre promette di ritornare alle ricette del Wohlfahrtstaat tedesco. Fine della Terza Via blairiana, o dell’Ulivo Mondiale che pur lo stesso D’Alema da Palazzo Chigi dava l’idea di voler erigere quando era Presidente del Consiglio. Ma erano esattamente vent’anni fa, ed in vent’anni invecchiano anche i moschettieri di Dumas. La crisi sta dando spazio alla reazione scomposta del ceto medio impaurito, populisti e sovranisti bussano alla porta di casa. Urge elaborare una risposta che non sia quella del perpetuare lo schema consunto del partito personale, o leggero.

Se c’è una cosa che colpisce, è la scarsa presenza di un programma politico da parte di tutti: grillini, leghisti, sovranisti e Forza Italia (ritrovatasi in queste ore a sentire nuova linfa nelle vene, grazie ai problemi nel Pd). Ma anche tra i sostenitori ed i detrattori di Renzi le idee sembrano circolare con il contagocce. Un motivo in più per sperare che questo governo, che scalderà poco i cuori ma pare mosso da buona volontà e da una certa dose di capacità fattiva, arrivi alla scadenza naturale della legislatura.

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