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Un’alleanza educativa per superare l’emergenza scuola

La recente pubblicazione degli esiti delle prove Invalsi è stata l’ennesima occasione per un’amara riflessione sul sistema scolastico italiano. Quanto diffuso dal Ministero dell’istruzione fotografa una situazione allarmante dove tra i maturandi uno su tre non ha un livello di italiano sufficiente, sono poco più della metà quelli sufficienti in matematica e soltanto un terzo di loro è in grado di comprendere un testo in lingua inglese.

Studenti di una suola superiore (Foto Sir)

Come se non bastasse, rimane inalterato il divario tra studenti del Nord e del Sud con regioni del meridione dove la metà dei ragazzi ha problemi seri con la nostra lingua e la matematica. Abbiamo così un quadro della situazione ben chiaro che ha provocato lo sdegno dell’opinione pubblica, la messa in evidenza da parte del Ministero delle strategie avviate, la diffusa convinzione che si tratti di una perenne situazione tipicamente italiana dalla quale non sapremo mai uscire. Allo stesso tempo, è stato fin troppo facile mettere sul banco degli imputati i docenti e la tecnologia «matrigna»: ma, se molto deve essere ancora fatto in merito ad un efficace reclutamento degli insegnanti e al corretto uso delle nuove tecnologie, altre sono le cause di contesto che devono essere analizzate ed affrontate.

Procediamo, allora, con una lettura più ampia del problema che prenda le mosse da un’altra prospettiva di analisi dei più profondi motivi di insuccesso. La prima motivazione su cui dobbiamo riflettere è l’assenza di riflessione continua sul problema da parte dell’opinione pubblica. Anche in questi giorni, dopo un iniziale enorme picco di attenzione, il tutto è ripiombato nel silenzio assoluto. Eppure, quotidianamente, i mezzi di informazione sanno come affrontare quei temi sociali che rappresentano delle vere e proprie emergenze nazionali. Al contrario, l’emergenza sociale scuola, che passa anche attraverso la mancanza di dirigenti scolastici e docenti, le carenze infrastrutturali e tecnologiche, non è capace di catturare la loro attenzione. E così, a titoli ad effetto sulle prove Invalsi, sul concorso a presidi o sulla regionalizzazione della scuola, non seguono dibattiti, tantomeno ricerche costanti delle soluzioni.

Il secondo elemento di riflessione è rappresentato dal potenziale rimbalzo delle responsabilità tra scuola e famiglia. Rimbalzo che risuona talvolta con pari fragore nei consigli di classe come nelle chat dei genitori. Il rischio è che tutti siano convinti di aver ragione, mentre gli studenti/figli subiscono le conseguenze del caso. Dovremo, quindi, studiare nuove strategie per rafforzare l’alleanza educativa tra le due parti. Un’alleanza che passi anche attraverso il riconoscimento del merito dell’altra componente e attraverso un’evoluzione del ruolo della docenza e della genitorialità. Per condividere così, attraverso una terza pista di riflessione, l’atteggiamento da tenere nei confronti delle nuove tecnologie. Perché, seppur divise su tanti argomenti, la scuola e la famiglia sono sempre d’accordo sul loro abuso. E se sono lodevoli le iniziative dei dirigenti scolastici finalizzate a inibirne l’uso sconsiderato, allo stesso tempo la scuola non deve lavorare soltanto su questo aspetto ma deve educare al loro uso continuo, corretto ed avanzato che passa anche attraverso la formazione dei docenti e, più in generale, dei cittadini che dovranno essere capaci di affrontare le sfide dell’apprendimento per tutto l’arco della vita.

La percezione e l’impiego delle tecnologie, apre anche un quarto capitolo di riflessione rappresentato da come vengono «vissute» dalla comunità scolastica le stesse prove Invalsi. Il tempo dedicato dai ragazzi, infatti, a confrontarsi con il computer nell’aula di informatica per eseguire i relativi test, rischia di far percepire la prova come l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere: un corpo estraneo alla didattica, una parentesi prima di ricominciare a svolgere le regolari lezioni, una prova con parametri di giudizio non corrispondenti alle reali strategie messe in atto in classe. D’altra parte, nelle quinte classi, come potrebbero essere altrimenti considerate, se due mesi dopo il loro svolgimento si ritorna a "carta e penna" per affrontare l’Esame di Stato.

L’analisi degli esiti delle prove Invalsi passa, infine, anche attraverso un quinto filone di indagine, ovvero come migliorare le strategie di orientamento, soprattutto tra la scuola secondaria di primo e secondo grado. Troppi fattori che non hanno niente a che fare con le reali capacità e le motivazioni degli studenti influenzano la scelta che determinerà non soltanto il loro percorso di studio ma soprattutto anche la loro autostima, il loro sentirsi cittadini attivi e partecipi, il loro «star bene a scuola». Per non dimenticare poi quei ragazzi che, a seguito di una scelta orientativa fallimentare, abbandonano anzitempo. E così, se nel momento in cui la studentessa o lo studente si siedono davanti al computer per affrontare il test Invalsi si portano accanto a sé un vissuto segnato dalle problematiche sopra esposte, le vecchie competenze da testare in «leggere, scrivere e far di conto» ne risentono in maniera sostanziale.

Dobbiamo, quindi, impegnarci nel tenere alto il livello di attenzione e se tutti ci prenderemo una piccola parte del carico del problema, se sosterremo gli addetti ai lavori nella riflessione continua, tra un anno magari saremo qui a commentare esiti in positiva evoluzione.

Un’alleanza educativa per superare l’emergenza scuola
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