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Un altro anno si chiude in attesa di una scuola «buona» davvero

Al secondo anno di vita della «buona scuola» si chiude senza che i problemi creatisi con la recente riforma siano ancora risolti, ma soprattutto nella percezione diffusa che questa nostra scuola, a dispetto dell’etichetta, «buona» non sia.

Scuola (Foto Sir)

Si diceva dei problemi che hanno continuato a pesare sul suo funzionamento. Uno tra i più evidenti è la difficoltà di impiegare in modo efficace gli insegnanti che sono stati assunti, ma cui non è stato possibile assicurare una classe. L’invenzione dell’«organico potenziato» ha creato posti, ma non lavoro. E ha finito per dar luogo a un limbo (proprio ora che i teologi l’hanno liquidato), fisicamente localizzato nelle biblioteche o nelle sale dei professori, dove i nuovi assunti stazionano, giorno dopo giorno, in attesa di essere chiamati, nella migliore delle ipotesi, a fare qualche supplenza (con quale intima motivazione si può intuire). Non è solo colpa del governo. Ai capi d’istituto è mancata spesso la creatività per impiegarli in modo oggettivamente più costruttivo e soggettivamente meno frustrante (per esempio avviando dei corsi alternativi per gli studenti non avvalentisi dell’insegnamento della religione cattolica, o dei percorsi pomeridiani di approfondimento). Resta la difficoltà di fondo di dare a questi professori uno spazio che garantisca la loro dignità culturale e didattica, senza la quale la «sistemazione» giuridica è una beffa.

Un altro punto dolente continua ad essere il funzionamento dell’alternanza scuola-lavoro, che spesso, specialmente al Sud, invece di mettere gli studenti a reale contatto con il mondo dell’economia, si risolve in un mezzo posteggio all’interno di enti che di produttivo hanno ben poco. Col risultato che i vantaggi formativi di queste attività finiscono per essere inferiori agli inconvenienti creati all’attività scolastica dalle assenze dalla classe degli alunni coinvolti in esse.

Più che i singoli problemi, però, a determinare un clima complessivo di sfiducia, in questa fine d’anno, è l’impressione che il primo tentativo serio di dare una svolta al nostro sistema scolastico (la «riforma epocale» della Gelmini era solo un maschera per nascondere le riduzioni di fondi e gli accorpamenti arbitrari) si sia esaurito senza cogliere il vero bersaglio. Ci si è illusi di rendere «buona» la scuola risolvendo la questione occupazionale (peraltro grave) dei precari, senza neppure affrontare quelle, assai più decisive, dell’impostazione culturale degli studi e della rivalutazione della funzione docente.

Per quanto riguarda la prima, il nostro sistema d’istruzione ha bisogno urgente di un aggiornamento che – senza stravolgerne alcune qualità di fondo che lo caratterizzano positivamente rispetto ai famosi «standard europei» – lo renda più capace di formare personalità complete e poliedriche, come del resto anche le nuove esigenze del mercato del lavoro richiedono. Si tratta di superare, in particolare, le barriere che ancora dividono la cultura umanistica, quella scientifica e quella tecnica, e di creare tra i percorsi dei diversi ordini una felice contaminazione di cui si sente sempre più la necessità.

Quanto alla seconda questione, l’evidente declino della considerazione sociale della figura dell’insegnante è legato a un livello retributivo che è tra i più bassi del mondo civilizzato e alla mancanza di una prospettiva di carriera che possa rendere questo lavoro attraente come altre professioni. Certo, anche i docenti e i loro sindacati, con la loro cronica allergia alle valutazioni di merito, hanno in questo gravi responsabilità. Ma il governo Renzi, con la sua riforma, ha puntato sulla logica sindacale della quantità piuttosto che sulla valorizzazione della qualità culturale e didattica, misconoscendo ancor più che in passato l’autonomia e la dignità degli insegnanti. Le cose, peraltro, non sembrano destinate a migliorare l’anno venturo. Non è un caso che l’unica sostituzione operata nel nuovo Consiglio dei ministri abbia riguardato la titolarità della Pubblica istruzione, passata dalla Giannini, che era un rettore universitario, alla Fedeli, una brava sindacalista, ma che ha, come unico titolo di studio, quello di maestra giardiniera… E che ha già anticipato di voler introdurre l’uso dei videogiochi nelle aule, per migliorare il livello intellettuale, e di considerare opportuna la riduzione dei compiti a casa (e quindi delle già scarse ore di studio personale dei ragazzi). Ma in fondo anche questo rientra coerentemente nel quadro della «buona scuola»…. E rende più meritori gli sforzi di coloro – e ce ne sono! – che, malgrado tutto, continuano nelle loro classi a fare cultura e ad educare, combattendo quotidianamente la loro battaglia perché la scuola sia buona davvero.

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