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Un pensiero divergente per fermare la china verso la «democratura»

Ritorno del nazionalismo, rivisitazione della nozione di «popolo», la disintermediazione che ci fa avvicinare alle «democrature» (mix di democrazia e dittature)... Stiamo vivendo una nuova fase di egemonia culturale? I cittadini sono oggi ad un bivio: sviluppare un pensiero convergente oppure costruirne uno divergente, cioè alternativo e creativo?

Percorsi: Cultura - Italia - Politica
Folla di persone

Se è vero, come sostengono tanti intellettuali e politologi, che stiamo vivendo una nuova fase di egemonia culturale, allora sarà bene prendere delle ragionevoli e umanissime contromisure. Intanto proviamo a individuare i pilastri di questa nuova egemonia culturale che, in un mix di vecchio e nuovo, sembra aver conquistato le coscienze diffuse del nostro tempo.

Innanzitutto il ritorno del nazionalismo che sembrava essere destinato, dopo la fine della Guerra fredda e il crollo del Muro di Berlino, ad essere confinato nella soffitta della storia. Ed eccolo, invece, più vivo e pretenzioso che mai, percorrere l’Occidente senza trovare ostacoli significativi. Con il nazionalismo tornano i confini e i muri e in un batter di ciglio sembra venire meno il disegno di un’Europa dei popoli, aperta ad Est e spazio comune delle libertà personali, sociali e comunitarie.

Il secondo cardine di questa egemonia culturale è la rivisitazione della nozione di popolo e di ceti popolari, considerati sempre e comunque oppressi, in una fusione insolita di marxismo delle origini e di moderno populismo a trazione digitale, complice una Rete asservita agli urlatori e ai falsari di turno. Dunque, un mix esplosivo di rivendicazionismo, di resa dei conti con le élites ritenute colpevoli di ogni misfatto ai danni dei ceti popolari, di scelte punitive nei confronti dei potenti di ieri o di quanti si sono avvantaggiati di misure statali (perciò legittimate dal Parlamento per via legislativa) oggi considerate al pari di privilegi da stroncare.

Il terzo pilastro è il corollario del gigantesco processo di disintermediazione che si è affermato in tutto l’Occidente e che ha finito, proprio per la caduta delle intermediazioni sociali, culturali e infine politiche, ad avvicinare sempre più le democrazie liberali dell’Occidente alle cosiddette «democrature» (mix di democrazie e dittature) che governano miliardi di persone, dalla Russia alla Cina e che si affacciano prepotentemente nell’Est europeo.

In Italia tutto questo ha trovato addirittura uno sbocco di governo con la Lega a presidiare il neo nazionalismo, e con il M5S a guidare la presunta riscossa popolare e a sostenere la scorciatoia della democrazia diretta. Entrambi incuranti del piano inclinato da loro costruito che provoca lo scivolamento verso una «democratura» all’italiana che certamente non possiamo auspicare.

Dinanzi a tutto questo i cittadini italiani e i credenti (oggi minoranza nel Paese) si trovano ad un bivio: sviluppare processi di convergenza o di divergenza. In concreto, significa adoperarsi per sviluppare un pensiero convergente che porta ragioni e sostegno ai pilastri del nuovo mondo che si sta affermando senza trovare ostacoli significativi (salvo quelli che la storia con le sue sorprese e imprevedibilità porrà loro di fronte), oppure costruire un pensiero divergente, cioè alternativo e creativo. Culturalmente, socialmente e politicamente.

Ovvero, un pensiero capace di accogliere la sfida del nostro tempo che noi sappiamo essere molto più complesso di quanto vogliano farci credere i semplificatori che oggi occupano il campo della politica e della comunicazione pubblica, e predisporsi a una traversata del deserto. E quando si parte per un viaggio così pericoloso occorre mettere nello zaino il meglio di cui disponiamo. Acqua e provviste per il corpo, ma soprattutto valori e beni comuni. E allora non possiamo rinunciare al nostro umanesimo che con le sue radici cristiane ha fatto l’Italia così come l’abbiamo conosciuta. Un Paese di grandi bellezze e di tesori di solidarietà. Un territorio segnato dalle diversità che hanno saputo convivere e che, purtroppo, non ha ancora saputo sanare i gap territoriali e sociali. Ma se si vuole anche solo ambire a partecipare al discorso pubblico sul futuro del Paese, occorre essere pronti a pagare il prezzo della propria diversità. Quell’essere divergenti che oggi dovrebbe spingerci a sostenere che il nostro futuro è l’Europa dei popoli e non degli Stati Nazione, che non bisogna costruire nuovi muri e confini, che le paure sono i semi di angosce personali e collettive sempre nuove, che nessuno ha il diritto di processare il recente passato e di individuare colpevoli senza farsi carico dei processi storici, che va difesa la democrazia rappresentativa contro ogni scorciatoia percorsa dalle nuove élites giacobine, che la solidarietà ha i tempi lunghi della consapevolezza ed è di gran lunga preferibile allo statalismo assistenzialista, che la libertà è un bene così grande da non tollerare cessioni neppure in cambio di quote superiori di sicurezza.

Vi sembra abbastanza per essere considerati divergenti? Visti i tempi che viviamo…

Un pensiero divergente per fermare la china verso la «democratura»
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