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Una «Settimana» per ritrovare il significato più intimo del lavoro

«Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale»: è questo il tema della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, in corso di svolgimento a Cagliari. Un tema nient’affatto casuale, che, sin dalla scelta dei quattro aggettivi del suo titolo, si propone di mettere a frutto gli auspici della Evangelii Gaudium di papa Francesco, se è vero che proprio un lavoro così declinato – affermava il pontefice – «esprime e accresce la dignità della propria vita».

Apertura della settimana sociale (Foto Sir)

Si tratta, a ben vedere, di un’importante occasione per tornare a sottolineare i caratteri distintivi di questo fattore produttivo, da sempre oggetto di un’attenzione privilegiata da parte dell’insegnamento sociale della Chiesa cattolica: la sua libertà, anzitutto, che conduce a riaffermare il primato del lavoro nella perenne dialettica distributiva con il capitale; la sua creatività, espressione dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza del Dio della Genesi; la sua logica partecipativa, che respinge la conflittualità della lotta di classe; la sua carica solidale, infine, che corresponsabilizza il mondo del lavoro nella comune appartenenza alla medesima famiglia umana.

Nel dettaglio, stando a quanto si legge nell’Instrumentum laboris presentato alla vigilia dell’appuntamento cagliaritano, sono sei le criticità sulle quali la Settimana sociale intende riflettere: la disoccupazione giovanile, la crescente precarietà, il caporalato, le condizione del lavoro femminile, lo scarso collegamento fra scuola e lavoro, la pericolosità del lavoro. Al centro della quattro giorni sono inoltre la discussione delle buone pratiche (con escursioni «sul campo», in visita ad alcune imprese locali) e i temi della formazione, della nuova imprenditorialità e dell’innovazione.

La Settimana sociale giunge nel clima di una congiuntura economica che vede un tessuto sociale ancora segnato da profonde lacerazioni, sebbene non manchino alcuni segnali positivi: se, infatti, le nuove opportunità di lavoro risultano contraddistinte da una crescente precarietà, è pur vero che il tasso di disoccupazione ha finalmente registrato timide flessioni (siamo all’11,2%, circa mezzo punto più in basso rispetto a un anno fa).

Il vero tema, tuttavia, resta quello della graduale erosione del significato più intimo del lavoro, con il progressivo smarrimento della sua dimensione squisitamente umana e meta-economica. Si tratta di un’emergenza culturale che prescinde dalle statistiche, che sollecita ben più vasti orizzonti di riforma e che, tra le altre, richiama alla mente l’articolo 46 della Costituzione: è l’articolo che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende; è l’articolo più clamorosamente inattuato dell’intero testo.

Lo volle un padre costituente di nome Amintore Fanfani, con l’intento di introdurre un sistema di mediazione fra capitale e lavoro cristianamente ispirato basato sulla partecipazione. Allora si volle piantare una cannula autenticamente rivoluzionaria nelle vene dell’ordinamento economico del nostro paese; nei successivi 70 anni si è attesa invano una classe di governo disposta a iniettarci il siero di una decisiva riforma. E se il «lavoro che vogliamo» fosse molto più alla portata di quanto si creda?

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