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Dal n. 36 del 15 ottobre 2006

Verona, riflessione obbligata sulla presenza dei cattolici

I Convegni nazionali della Chiesa italiana sono sempre stati occasione significativa di dibattito e di discernimento non solo riguardo alla vita della Chiesa ma anche alle evoluzioni della società, da «Evangelizzazione e promozione umana», Roma '75, a Loreto '85 con il forte invito del Papa ad una grande testimonianza, a Palermo '95 da cui scaturì la proposta del «Progetto culturale». Il Convegno di Verona si trova di fronte, oggi, ad una riflessione obbligata sulla presenza e sulla incidenza dei cattolici nella società, che comprende come aspetto particolare quello della partecipazione politica.
DI ANDREA TOMASI

di Andrea Tomasi
docente di Sistemi informativi Dipartimento di ingegneria dell'informazione Università di Pisa
I Convegni nazionali della Chiesa italiana sono sempre stati occasione significativa di dibattito e di discernimento non solo riguardo alla vita della Chiesa ma anche alle evoluzioni della società, da «Evangelizzazione e promozione umana», Roma '75, a Loreto '85 con il forte invito del Papa ad una grande testimonianza, a Palermo '95 da cui scaturì la proposta del «Progetto culturale».

Il Convegno di Verona si trova di fronte, oggi, ad una riflessione obbligata sulla presenza e sulla incidenza dei cattolici nella società, che comprende come aspetto particolare quello della partecipazione politica. Con le inevitabili soggettività di un discorso fatto da osservatore, e non da esperto, vorrei offrire alla discussione qualche considerazione con la speranza che possa suscitare ulteriori approfondimenti su un tema che è – e ritengo che questo sia un bene – profondamente sentito. Forse anche perché si percepisce che è importante identificare non solo una modalità di partecipazione, attraverso la discussione sui contenitori della rappresentanza dei cattolici in politica, ma soprattutto una qualità di proposta, che sviluppi la presentazione dei contenuti e sappia diventare interessante nei confronti di una platea di interlocutori più ampia del solo «mondo cattolico».

La stagione che stiamo vivendo presenta, a mio avviso, tre fenomeni che si intrecciano e influenzano reciprocamente, effetto e causa l'uno dell'altro contemporaneamente:
– una transizione della società e dell'economia italiane fortemente influenzata dalla globalizzazione e caratterizzata da profonda incertezza e instabilità;
– un assetto istituzionale bipolare (imperfetto) scaturito dalle ceneri del centrismo democristiano;
– il venire meno della rappresentanza partitica unitaria dei cattolici, che ha prodotto un periodo di diaspora (anche se tale esito non ritengo fosse in sé inevitabile).

I processi di ridefinizione delle classi dirigenti, dell'organizzazione dell'economia e della società, dello svolgimento della vita politica, non sono però ancora terminati. Forse val la pena di analizzare i termini della questione per cercare un percorso condivisibile.

UNITARIETA'
Innanzitutto l'unitarietà. A me pare che fatta salva l'unità nella fede e la comunione ecclesiale, il mondo cattolico e il laicato cattolico in particolare non abbiano mai espresso un unico modo di vivere e testimoniare la fede nel mondo. La pluralità di iniziative e di sensibilità è stata sempre una ricchezza, sia nella stagione ottocentesca e nella prima metà del novecento nelle opere (scuole, ospedali, cooperative e banche) che nel periodo postbellico della ricostruzione e della confluenza politica nella Dc. Anzi, a mio avviso, proprio la presenza di più sensibilità e di accentuazioni diverse nel partito della rappresentanza politica unitaria dei cattolici ha permesso di realizzare, laicamente, una sintesi politica condivisibile anche da molti che non traevano le convinzioni politiche da una ispirazione di fede. Sembra di poter concludere che l'aspetto di unitarietà che ha dato forza e valore alla presenza politica dei cattolici italiani è stato soprattutto la larghissima condivisione dell'analisi e della sintesi politica, e il confluire prevalente di persone e di energie dell'associazionismo cattolico, pur differenti per sensibilità e carismi, in un unico strumento partitico.

Questo è stato da taluni riduttivamente inteso in funzione anticomunista, perciò dapprima come necessità solo contingente e poi, caduto il muro di Berlino, come residuato inutile, forse troppo frettolosamente liquidato. A me sembra possa essere utile recuperarne non tanto in primo luogo la forma, come rappresentanza di una unitarietà mai esistita, quanto piuttosto la valenza positiva, come luogo di costruzione di sintesi culturale e politica, questa sì, sulle grandi questioni e nei momenti decisivi, efficace solo se unitaria.

DISCERNIMENTO E DIALOGO
La frantumazione della DC e la collocazione dei cattolici in opposti schieramenti ha prodotto, per quel che mi par di vedere, due esiti profondamente negativi.

Il primo sul piano del discernimento. La divisione in campi opposti ha in qualche modo «ingessato» il confronto nella scelta dei temi e in toni talvolta strumentali agli schieramenti di appartenenza, ed ha di fatto impoverito i percorsi di formazione e di confronto in molte realtà del mondo ecclesiale. La giusta preoccupazione di evitare lacerazioni ha portato o a evitare taluni argomenti di valenza troppo politica, o viceversa a misurare il grado di appartenenza in base alla scelta politica di schieramento (o perfino di gradimento del leader). Fortunatamente in questi ultimi anni, con la maturazione del Progetto Culturale della Chiesa italiana e con l'assunzione di un protagonismo trainante da parte di nuove aggregazioni, come il Forum delle Associazioni famigliari e il Comitato, poi Associazione, Scienza e Vita, si sono costituiti nuovi canali di collaborazione e di confronto che già hanno dato frutto superando i limiti della situazione precedente.

Il secondo esito negativo mi pare si riscontri sul piano della animazione cristiana della società. La risonanza data dai media a pareri discordanti o a singole divergenze, talvolta enfatizzate strumentalmente, rischia di rappresentare la posizione del cattolicesimo organizzato come sostanzialmente irrilevante, in quanto incapace di esprimersi univocamente. Specialmente quando il momento legislativo su questioni delicate e complesse richiederebbe invece di raggiungere un approfondimento condiviso, e una esposizione meno legata alle contingenze politiche.

BENE COMUNE
Le questioni nuove incalzano, obbligando a mio parere a riformulare gli obiettivi del bene comune nel terzo millennio. Affermare la preminenza della persona vuol dire oggi recuperare la centralità della famiglia come risorsa sociale, confrontarsi con la definizione di un nuovo welfare state, che affronti soddisfacentemente le nuove emergenze del declino demografico, della globalizzazione dell'economia, delle istituzioni sovranazionali, saper dare risposta alle problematiche bioetiche indotte dalle tecnologie. L'affermarsi della «questione antropologica» come problema centrale anche rispetto alle più abituali «questione del lavoro» e «questione istituzionale» ci fa constatare come la cultura dominante stia rendendo evanescente il concetto stesso di bene comune, e le tecnologie corrano il rischio di portare ad un cambiamento del concetto stesso di persona.

I «PORTICI» COME PROPOSTA CONVINCENTE
Credo si avverta il bisogno di ritrovarsi insieme, fratelli nella fede, per trarre le conseguenze del cammino con cui si giunge a Verona, e per progettare il nuovo percorso, consapevoli delle nuove questioni ma anche della ricchezza di proposta di cui siamo portatori. Una ricchezza da non disperdere in mille rivoli, ma da «trafficare» a vantaggio di tutti. Un lavoro che deve forse trovare spazi diversi dalla politica militante, perché la riflessione culturale ha bisogno di luoghi meno contrastati, ma che deve anche identificare strumenti di intervento politico che diano gambe e forze alle idee nel momento in cui, trasformandosi in leggi, orientano il futuro del Paese. Tra il rischio di insignificanza frutto delle divisioni, e quello di impotenza dovuto alla scarsità numerica, c'è lo spazio e la sfida del rendere ragione della nostra fede, di mostrare la ragionevolezza convincente delle nostre proposte, ricominciando il cammino già tante volte percorso nei secoli dagli apostoli e dai discepoli del Risorto, per riproporre ad ogni uomo la Buona Novella. Oggi forse è il momento dei «portici», luoghi più tranquilli per la riflessione e il confronto, rispetto alle piazze delle folle e dei proclami. Quel che conta davvero, a mio avviso, è superare la tentazione del nascondimento per «esporsi» nel mettere a frutto i talenti. Se i tempi sono incerti e le persone sentono indebolirsi la speranza nel futuro, chi ha scoperto la fonte della Speranza che non muore non può tenerla solo per sé.

Sotto i portici di Verona... Idee verso il Convegno ecclesiale nazionale (di Franco Vaccari)

Cattolici e bipolarismo: non compromissioni ma capacità di mediazione (di Giorgio Campanini)

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