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Non è il thriller il principale interesse dell’autore. Il film, infatti, senza mai allentare la tensione sul destino dei protagonisti, procede a una serie di rivelazioni successive che evidenziano un sottotesto psicologico, morale ed esistenziale tutt’altro che banale. 

Come spesso succede per i film di Lars von Trier l’argomento stesso induce a far pendere l’ago della bilancia dalla parte della provocazione, a un livello tale da suscitare ripulsa, rabbia e disgusto.

Il film di Thomas Stuber è un trattato sulla solitudine e di quanto il luogo nel quale questa sembra allontanarsi sia per altri versi alienante e totalizzante. Cioè, un imbuto senza uscita.

Tratto dal primo romanzo di fiction di Saviano, in questo film vincitore dell'Orso d'argento a Berlino Giovannesi, come aveva già dimostrato nei suoi film precedenti, è attentissimo ai risvolti umani della vicenda e cerca di evitare per quanto possibile di confezionare un film di genere. 

Se Il corriere dovesse per caso essere l'ultimo film dell'88enne Clint Eastwood (va da sé che speriamo che non lo sia), sarebbe la degna conclusione di un percorso di maturità e consapevolezza.

Questa volta da Peter Farrel, noto per alcuni titoli all'insegna di una «comicità escrementizia», un film che si facilita la strada verso il successo, che si appoggia interamente sulle spalle dei due protagonisti Viggo Mortensen e Mahershala Ali, che talvolta diverte anche quando non dovrebbe ma che dà anche modo di riflettere.

Barry Jenkins, traducendo in film il romanzo di James Baldwin If Beale Street Could Talk, quindi un testo fortemente impregnato del clima di Harlem degli anni Settanta, evita la diretta rappresentazione di una lotta di classe e scommette tutto su una storia d’amore. Certo, l'amore ai tempi della cattiveria.

Si può dire che Glass chiuda (lo speriamo) il progetto più ambizioso di M. Night Shyamalan, ovvero una trilogia sul bene e sul male, sul potere, sul ruolo dei supereroi (o presunti tali), sulla paura della diversità, sul rifiuto di tutto ciò che diverge dall’omologazione globale e che come tale va combattuto e distrutto.

Il film del regista argentino mette in scena la dittatura militare del suo paese seguendo passo passo i dodici anni di prigionia di tre esponenti dei Tupamaros nei confronti dei quali l’obiettivo era «Visto che non possiamo ammazzarli, li condurremo alla follia».

Robert Redford ha scelto questo film per chiudere la sua gloriosa carriera d’attore, un film leggero ed esile che non sembra avere i titoli per rimanere nella memoria.