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Il cinema di Gianni Di Gregorio, settantunenne romano, da «Pranzo di ferragosto» a «Gianni e le donne» a «Buoni a nulla», non ha in realtà grandi pretese.

Ricordiamo bene come nel 2001 il governo argentino, travolto da un'inflazione gigantesca, emanò una legge che limitava la possibilità di prelevare denaro dalle banche. E sappiamo come questo rappresentò la rovina per tanti piccoli risparmiatori che lo seppero soltanto a cose fatte, a differenza dei grandi correntisti (quindi capitalisti) che furono avvisati per tempo e presero qualunque contromisura.

Talvolta l'effetto Oscar permette di recuperare opere precedenti mai distribuite e quindi di rendersi conto che quell'autore, in questo caso il sudcoreano Bong Joon-Ho, ha veramente dei numeri che potrebbero indurre a dedicargli un'attenzione particolare.

In partenza «Alice e il sindaco» di Nicolas Pariser potrebbe semplicemente essere considerato un omaggio a Eric Rohmer, autore di riferimento del regista, che con il suo «L'albero, il sindaco e la mediateca» sviò momentaneamente dal suo percorso tra storie di giovani per occuparsi (anche) di politica. Lì si trattava della Francia rurale della Vandea, mentre Pariser punta direttamente su una città metropolitana come Lione accantonando in parte le problematiche ecologiche e preferendo eleggere a tematica dominante quale possa essere il rifornimento intellettuale della politica, che a quanto pare non può muoversi semplicemente per forza d'inerzia.

Ci sono vari modi per affrontare le problematiche politiche, sociali, razziali che attualmente tengono banco in Italia. A quanto pare Ivano De Matteo ha scelto (non da ora, da sempre) il fatalismo pessimista che prevede nient'altro che varie sfumature di colpevolezza senza la benché minima possibilità di apertura a dibattito, voci contrarie, scelte morali e men che meno speranza.

Sam Mendes ha giocato talvolta a fare l'autore, macome molti registi teatrali passati al cinema ha dovuto rendersi conto che i due mezzi sono completamente diversi. Il che lo ha portato, però, a un tentativo rischioso di amalgamare le due forme che spesso ha significato evidenziare la tecnica in presenza di situazioni che potremmo dire da camera.

A quanto pare non si può prescindere dalla considerazione che si ha nei confronti di Mikhail Gorbaciov per esprimere un giudizio sul film-intervista realizzato da Werner Herzog sulla base di tre incontri nell'arco di sei mesi e intitolato laconicamente «Herzog incontra Gorbaciov».

Clint Eastwood continua a rappresentare un’America marginale, di potenziali perdenti, spesso alle prese con situazioni troppo più grandi di loro da cui comunque riescono a uscire con dignità e una buona dose di grinta.

È singolare, ma anche prevedibile, che mentre Gianni Amelio continua a insistere sul fatto che «Hammamet» non sia un film su Bettino Craxi, qualunque dibattito, qualunque opinione, qualunque esternazione sul film vertano unicamente sul fatto che Craxi fosse o meno colpevole, sulla possibilità che il film stesso induca qualcuno a cambiare idea, su Mani Pulite, su quanti episodi del film siano storicamente fondati e quanti invece inventati e via discorrendo.