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I fratelli Dardenne, sicuramente tra i cineasti più rilevanti del cinema contemporaneo, conducono da sempre uno studio su una delle grandi problematiche del nostro tempo: la disperata ricerca d’amore.

È proprio vero che le radici non si scordano mai. Il cinema di Gabriele Salvatores, nonostante il progredire dell’età dell’autore (ha 69 anni), è quasi sempre attraversato da temi ricorrenti come l’amicizia, i rapporti generazionali, i legami familiari, la ricerca di se stessi, la necessità di inserire nella propria esistenza un attimo di follia.

L’idea portante film Safy Nebbou è quella degli attuali rapporti interpersonali che raramente prevedono la pratica della verità. Ma, d’altra parte, ci troviamo di fronte a un puzzle che, pezzo dopo pezzo, dà l’impressione di voler eliminare tutte le menzogne (e sono tante) per arrivare almeno a una parvenza di verità.

Le verità (che in realtà nel titolo originale suona semplicemente La verità) è apparentemente la cronaca di un rapporto madre-figlia, ma in realtà va inteso come l’analisi del complesso rapporto tra verità e finzione.

Joker è tanto lontano dal mondo dei supereroi (e dei nemici dei supereroi) da candidarsi ufficialmente come film profondamente politico e quindi urticante, oltre che come manuale di angoscia esistenziale.

Ci sentiamo di dire che Yesterday sia un film animato da buone intenzioni, sorretto da un’idea divertente e condotto con tecnica altamente professionale. Ma resta un film che possiamo definire «carino» (categoria altamente a rischio) e che a lungo andare mostra chiaramente di non saper gestire l’idea di partenza.

In un certo senso C’era una volta... a Hollywood è un film speculare a Bastardi senza gloria. In entrambi Quentin Tarantino ha indirizzato la propria indole di cineasta furioso, iconoclasta e soprattutto giocherellone verso una domanda probabilmente fine a se stessa ma indubbiamente affascinante: può il cinema cambiare la Storia?

Difficile immaginare Martin Eden di Jack London, scritto ai primi del Novecento e ambientato a San Francisco, trasportato a Napoli senza mai tradire lo spirito del racconto e anche mantenendo l'originale sequenza degli avvenimenti. Difficile, ma non impossibile. 

La regista Chloé Zhao, americana di origine cinese, riesce a tratteggiare il mondo del rodeo con una sensibilità nuova, con un’attenzione a paesaggi, personaggi e cavalli che denota una conoscenza non superficiale del territorio, del rapporto con la natura e dell’animo umano, con il coraggio di mettere un uomo di fronte a una scelta di vita (o di morte) che implicano riflessione e senso comune.

Non possiamo fare a meno di palesare una sensazione che ci ha accompagnati per tutto il film, quella cioè che questa volta e mai come in passato Avati abbia realizzato un film ricco di elementi che, invece di attirare il pubblico, sembrano fatti apposta per respingerlo.