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In un certo senso Stanlio e Ollio è un film sulla prigionia della comicità, ovvero sulla maledizione di dover far ridere sempre e comunque. John C. Reilly e Steve Coogan hanno dato una prova maiuscola calandosi perfettamente in personaggi così impegnativi e così fissati nella memoria del pubblico. 

Non crediate che l’universo Marvel finisca di punto in bianco perché un film si intitola Avengers Endgame. Però ci sono alcuni indizi che fanno pensare che eventuali seguiti mostrino un mutamento di prospettiva al di là di eventuali trucchetti come potrebbe essere qualche nuovo episodio ambientato nel passato o le infinite possibilità offerte dall’espediente degli universi paralleli.

Onore al merito a Ciro Guerra e Cristina Gallego, colombiani, per aver saputo sintetizzare in due ore quel particolare momento della storia del loro paese nel quale le tradizioni familiari, le leggi arcaiche, i riti propiziatori e l’interpretazione dei sogni hanno lasciato il posto alle leggi di mercato, al commercio della droga, alla legge della giungla e a tempi nuovi che non avrebbero portato niente di buono.

Noi

Né horror puro né politica a 360°. Noi finisce per essere un'occasione perduta. Nel film di Peele la paura dell'altro si trasforma in una più inquietante paura di se stessi, che esclude a priori la possibilità di richieste d'aiuto.

Oelhoffen trasforma il canovaccio poliziesco in una discesa nell’animo umano dove ognuno, indipendentemente dalla parte che rappresenta, ha luci e più che altro ombre che ne indirizzano l’esistenza.

Mieli non ha alcuna intenzione di raccontare una storia originale. La sua ferma intenzione, in realtà, è quella di raccontare una storia qualunque in un modo in cui nessuno avesse mai provato a raccontarla. 

Le tematiche familiari sono l’argomento che più interessa quello che chiameremo il Luchetti della maturità. Autobiografici o meno, i suoi film mostrano una propensione per l’utilizzo del dramma o della commedia (o un mix dei due generi) per parlare del sociale, del politico, dell’interiorità, del presente in chiave di rapporti familiari.

Non è il thriller il principale interesse dell’autore. Il film, infatti, senza mai allentare la tensione sul destino dei protagonisti, procede a una serie di rivelazioni successive che evidenziano un sottotesto psicologico, morale ed esistenziale tutt’altro che banale. 

Come spesso succede per i film di Lars von Trier l’argomento stesso induce a far pendere l’ago della bilancia dalla parte della provocazione, a un livello tale da suscitare ripulsa, rabbia e disgusto.

Il film di Thomas Stuber è un trattato sulla solitudine e di quanto il luogo nel quale questa sembra allontanarsi sia per altri versi alienante e totalizzante. Cioè, un imbuto senza uscita.