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La chiusura delle sale ha penalizzato anche il ritorno sugli schermi di Sophia Loren che lo scorso anno è uscita dall’isolamento svizzero per recitare nel film di suo figlio Edoardo Ponti La vita davanti a sé (visibile su Netflix). Si tratta del secondo adattamento per il cinema del bellissimo romanzo omonimo di Romain Gary, premio Goncourt 1975, pubblicato, però, con lo pseudonimo di Émile Ajar (per aggirare il regolamento che impediva allo stesso autore, già vincitore nel 1956, di concorrere di nuovo).

Il piano sequenza che apre Pieces of a Woman è un grande esercizio di stile. In 23 minuti, si narrano con estremo realismo gli eventi che precedono la nascita di una bambina con i due genitori e l’ostetrica mostrati all’interno della casa attraverso una macchina da presa eterodiegetica che, grazie allo stabilizzatore d’immagine Gimbal, è tecnicamente partecipe ma emotivamente non coinvolta.

Dal momento che la regista franco-tunisina Manele Labidi è nata a Parigi, lì ha lavorato ed è tornata in Tunisia solo per girare «Un divano a Tunisi» e che la protagonista del film Selma Derwich ha vissuto per dieci anni a Parigi, si è laureata in psicanalisi e torna a Tunisi per aprire uno studio, bisogna pensare che, pur nella diversità delle professioni, gli elementi autobiografici del film siano forti e importanti.

Il mito dell'Ondina viene da lontano: se ne trovano tracce nell'antica Grecia, ha un peso non indifferente nel folklore germanico, è stato indicato dall'alchimista Paracelso nelle sue opere.

Salvatore Mereu è sardo e ama la propria terra, al punto da assumersi ogni rischio possibile pur di raccontarne la storia, lo scempio, la tradizione, la modernità. Soprattutto il dolore: un dolore che viene da lontano ma che non è più lo stesso, un dolore che era strettamente legato al rapporto con la terra e che diventa inscindibile dalla perdita di quel rapporto.

Autore di documentari e cortometraggi, Mauro Mancini esordisce nella regia di un lungometraggio con Non odiare. Un titolo programmatico, un argomento complesso, un risultato non compiuto soprattutto per certe schematizzazioni e per qualche soluzione troppo accelerata per risultare veramente credibile.

Con quattordici documentari girati tra il 1998 e il 2010, Andrea Segre sembrava aver dato una direzione precisa alla propria carriera artistica.