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È vero che l’interpretazione di Gary Oldman nei panni di Winston Churchill è di quelle che lasciano il segno, ma è anche vero che il lavoro di Wright ha un’importanza fondamentale che non permette di lasciare a Oldman tutti i meriti.

In questo film del regista e sceneggiatore irlandese Martin McDonagh il thriller diventa commedia nera e i personaggi, senza che la drammaturgia perda un colpo, progressivamente cominciano a riflettere e a fare qualche passo indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista).

Lo si guarda come un film d’azione con effetti speciali e qualche retrogusto morale, tutt’al più si può riflettere sulla responsabilità che deriva dal possesso di poteri particolari, ma non si esce mai dal terreno del già visto e rivisto.

In epoca più distruttiva che costruttiva ci pare che salvare qualcosa non solo sia più importante di buttare tutto a mare, ma che sia anche un indizio di speranza. Ecco cosa salveremmo della stagione cinematografica appena conclusa.

Filologico e spietato. Questo è Woody Allen nel suo nuovo film La ruota delle meraviglie, che stranamente passava per una commedia e invece è un dramma esistenziale decisamente senza speranza e sostanzialmente anche senza umorismo se non in versione cupa e sarcastica.

Zvyagintsev dimostra come con la tecnica cinematografica si possa anche scendere all’interno dei personaggi per scoprire qualcosa o niente. E non cambia registro per tutto il film, che non si trasforma in un thriller ma resta saldamente ancorato alla ricerca paesaggistica che corrisponde a quella umana.

È il terzo e conclusivo capitolo di una serie, ma in un certo senso potrebbe anche essere un film a sé stante nel quale contano più i tre protagonisti e una costruzione assai più tradizionale delle due precedenti che la coralità del gruppo.

Nel 1967 Detroit fu la capitale mondiale degli scontri razziali. E questo ci pensa Kathryn Bigelow a ricordarlo a tutti, con un film che ricostruisce quanto accaduto un po’ sulla base degli atti, un po’ sulla base di testimonianze delle quali all’epoca non si tenne conto

«Agadah»  è una consapevole operazione di recupero del gusto della narrazione, di attenzione alle fonti, di costruzione di storie concentriche come spesso è la vita,  di accettazione di una ineluttabilità che non esclude nessuno.

In un film molto legato all’argomento trattato più che alla tecnica usata per rappresentarlo, è essenziale capire che il tema principale non è dove siamo disposti ad arrivare per ottenere quel che vogliamo, ma quanto possa incidere sulle nostre scelte una coscienza troppo spesso messa a tacere.