Al cinema

Al cinema stampa

Noi

Né horror puro né politica a 360°. Noi finisce per essere un'occasione perduta. Nel film di Peele la paura dell'altro si trasforma in una più inquietante paura di se stessi, che esclude a priori la possibilità di richieste d'aiuto.

Oelhoffen trasforma il canovaccio poliziesco in una discesa nell’animo umano dove ognuno, indipendentemente dalla parte che rappresenta, ha luci e più che altro ombre che ne indirizzano l’esistenza.

Mieli non ha alcuna intenzione di raccontare una storia originale. La sua ferma intenzione, in realtà, è quella di raccontare una storia qualunque in un modo in cui nessuno avesse mai provato a raccontarla. 

Le tematiche familiari sono l’argomento che più interessa quello che chiameremo il Luchetti della maturità. Autobiografici o meno, i suoi film mostrano una propensione per l’utilizzo del dramma o della commedia (o un mix dei due generi) per parlare del sociale, del politico, dell’interiorità, del presente in chiave di rapporti familiari.

Non è il thriller il principale interesse dell’autore. Il film, infatti, senza mai allentare la tensione sul destino dei protagonisti, procede a una serie di rivelazioni successive che evidenziano un sottotesto psicologico, morale ed esistenziale tutt’altro che banale. 

Come spesso succede per i film di Lars von Trier l’argomento stesso induce a far pendere l’ago della bilancia dalla parte della provocazione, a un livello tale da suscitare ripulsa, rabbia e disgusto.

Il film di Thomas Stuber è un trattato sulla solitudine e di quanto il luogo nel quale questa sembra allontanarsi sia per altri versi alienante e totalizzante. Cioè, un imbuto senza uscita.

Tratto dal primo romanzo di fiction di Saviano, in questo film vincitore dell'Orso d'argento a Berlino Giovannesi, come aveva già dimostrato nei suoi film precedenti, è attentissimo ai risvolti umani della vicenda e cerca di evitare per quanto possibile di confezionare un film di genere. 

Se Il corriere dovesse per caso essere l'ultimo film dell'88enne Clint Eastwood (va da sé che speriamo che non lo sia), sarebbe la degna conclusione di un percorso di maturità e consapevolezza.

Questa volta da Peter Farrel, noto per alcuni titoli all'insegna di una «comicità escrementizia», un film che si facilita la strada verso il successo, che si appoggia interamente sulle spalle dei due protagonisti Viggo Mortensen e Mahershala Ali, che talvolta diverte anche quando non dovrebbe ma che dà anche modo di riflettere.