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Barry Jenkins, traducendo in film il romanzo di James Baldwin If Beale Street Could Talk, quindi un testo fortemente impregnato del clima di Harlem degli anni Settanta, evita la diretta rappresentazione di una lotta di classe e scommette tutto su una storia d’amore. Certo, l'amore ai tempi della cattiveria.

Si può dire che Glass chiuda (lo speriamo) il progetto più ambizioso di M. Night Shyamalan, ovvero una trilogia sul bene e sul male, sul potere, sul ruolo dei supereroi (o presunti tali), sulla paura della diversità, sul rifiuto di tutto ciò che diverge dall’omologazione globale e che come tale va combattuto e distrutto.

Il film del regista argentino mette in scena la dittatura militare del suo paese seguendo passo passo i dodici anni di prigionia di tre esponenti dei Tupamaros nei confronti dei quali l’obiettivo era «Visto che non possiamo ammazzarli, li condurremo alla follia».

Robert Redford ha scelto questo film per chiudere la sua gloriosa carriera d’attore, un film leggero ed esile che non sembra avere i titoli per rimanere nella memoria.

Quali sono i migliori film del 2018? Ecco le indicazioni che come ogni anni offre ai lettori il nostro critico cinematografico.

Operazione molto rischiosa quella di Luca Guadagnino. Il suo Suspiria non è assolutamente un remake, ma una sorta di rilettura in chiave molto più politica, storica e psicanalitica del capolavoro di Dario Argento.

Quest'ultimo film di Nanni Moretti non è tanto semplice da affrontare. Si dice un documentario ma è qualcosa di diverso e più che del Cile degli anni del golpe di Pinochet, parla dell'Italia di oggi, «una società di consumismo, dove non ti frega niente della persona che hai accanto, e se la puoi calpestare la calpesti», come afferma Erik Merino al termine del film.

Il regista iraniano Jafar Panahi riflette con questo film sulla condizione della donna, sulla condizione del cinema, sull’idea di libertà e su un paese fortemente condizionato dal passato in un presente che fatica a scorgere il futuro.

di questo film di Gianni Zanasi si apprezzano la scrittura, la brillantezza dei dialoghi, l’efficacia di alcuni scontri sia dialettici che fisici e la sincera aspirazione a un mondo che sia un po’ migliore di quello in cui scelte diverse lo avrebbero trasformato.

Stéphane Brizé conferma con una certa forza la sua volontà non di rappresentare, ma di calarsi all’interno di ciò che racconta, in questo caso delle lotte operaie facendo sì che la macchina da presa sia di volta in volta un leader sindacale, una madre di famiglia, un giornalista politico, un rappresentante dell’Eliseo o un amministratore delegato.