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A quanto pare Stephen King non è soltanto horror. Lo sapevamo già, da quando i quattro ragazzi di «Stand by Me» andarono nel bosco alla ricerca di un cadavere. «Cuori in Atlantide», che sotto certi aspetti assomiglia a quella storia, ne è una conferma.

Pauline ha sessantasei anni e il cervello di una bambina. Ha sempre vissuto con la sorella Martha, che l'ha accudita amorevolmente come una madre. Ma, quando Martha muore, il testamento prevede che le sostanze siano equamente divise tra le tre sorelle viventi, a patto che una delle altre due si occupi di Pauline senza metterla in un istituto.

Tratto da un romanzo autobiografico della scrittrice ungherese Agota Kristof, è una storia d'amore ma anche di ossessione, con un protagonista, Tobias, del quale talvolta si fatica a seguire i percorsi psicologici che dovrebbero portarlo a coronare un sogno apparentemente impossibile.

Non si può non ammirare Steven Soderbergh, uno dei talenti più bizzarri del cinema americano. La sua bizzarria consiste nel fatto di saper passare con estrema disinvoltura da film d'autore come «Sesso, bugie e videotape» a opere di puro intrattenimento come «Erin Brockovich» e «Ocean's Eleven».

«Canicola» dell'austriaco Ulrich Seidl, al suo debutto nella fiction dopo una lunga attività di documentarista presenta storie terribili di quotidiana violenza, persone ridotte a grottesche imitazioni d'umanità, nefandezze di ogni genere, patetici tentativi di rapporti interpersonali, tristezze che scivolano progressivamente nel ridicolo. Il tutto governato da un senso di fatalità che esclude ogni possibilità di cambiamento.

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel cinema di oggi: il successo. Se Renée Zellweger non avesse pescato il jolly de «Il diario di Bridget Jones», facendo sognare tutte le romantiche single del mondo con una materia che non è esattamente il massimo dei sogni, oggi non vedremmo un film intelligente e, nonostante il divertimento, molto triste come «Betty Love», pronto alla distribuzione da quasi due anni e ritenuto evidentemente poco commerciale.

Joel e Ethan Coen continuano a raccontare le loro storie di cinema e di vita incuranti dell'impatto che potrebbero avere sul pubblico. Il che, a Hollywood, può significare la cosa peggiore che possa capitare: l'insuccesso. Quando i Coen venano le loro storie tristi di sorrisi ora beffardi ora grotteschi, nessuno si lamenta.

Non è facile vivere a Pechino, soprattutto se si appartiene alla classe povera o, peggio ancora, se si viene dalla campagna. Al punto che, per ritrovare una bicicletta rubata, strumento indispensabile di lavoro per un giovane Pony Express, può non essere consigliabile rivolgersi a una polizia distratta o disinteressata: meglio fare da soli.

Per apprezzare in pieno «Monsoon Wedding» di Mira Nair, vincitore del Leone d'Oro all'ultima mostra di Venezia, è necessaria un po' di pazienza. Quella che basta a rendersi conto che l'autrice viene da una cultura, quella indiana, fatta di ferree tradizioni che per forza di cose si scontrano con la volontà di cambiamento (come in Giappone, come nella maggior parte dei paesi africani). Pertanto, diventa quasi fatale che ogni film indiano o pakistano che parli d'attualità metta in scena questo dualismo. Ma non per questo si tratta sempre dello stesso film.

Chi ricorda con incrollabile affetto i fallimentari tentativi magici di Topolino ne «L'apprendista stregone» e lo stupore di Semola di fronte a Merlino ne «La spada nella roccia», potrebbe (forse dovrebbe) mantenere una certa distanza da Harry Potter.