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È evidente che Ron Howard non è un autore, almeno non nel senso dell'uomo di cinema che segue il progetto dalla prima idea all'ultima seduta di montaggio. Il valore dei suoi film è strettamente collegato alla validità del testo e alla bravura degli attori. «A Beautiful Mind», in questo senso, potrebbe essere il suo miglior film: non rischia niente, ha una confezione meticolosamente studiata, dice alcune cose e ne tace altre a seconda della convenienza, ma vive di notevolissime intuizioni espressive e di un cast in odore di Oscar.

Il film in tre parti del neozelandese Peter Jackson ha molti meriti e qualche difetto, come si addice a un progetto costato 300 milioni di dollari e non legato esclusivamente ad effetti speciali digitali, ma alla necessità di ricreare un'atmosfera magica autentica e non baracconesca. Le perplessità si riassumono in due fattori.

Nel lungo, difficile rapporto del cinema con la diversità rappresentata dai minorati psichici, «Ti voglio bene Eugenio» rappresenta un caso emblematico: di come talvolta (anzi, molto spesso) le buone intenzioni non sappiano tradursi in esito pratico.

A quanto pare Stephen King non è soltanto horror. Lo sapevamo già, da quando i quattro ragazzi di «Stand by Me» andarono nel bosco alla ricerca di un cadavere. «Cuori in Atlantide», che sotto certi aspetti assomiglia a quella storia, ne è una conferma.

Pauline ha sessantasei anni e il cervello di una bambina. Ha sempre vissuto con la sorella Martha, che l'ha accudita amorevolmente come una madre. Ma, quando Martha muore, il testamento prevede che le sostanze siano equamente divise tra le tre sorelle viventi, a patto che una delle altre due si occupi di Pauline senza metterla in un istituto.

Tratto da un romanzo autobiografico della scrittrice ungherese Agota Kristof, è una storia d'amore ma anche di ossessione, con un protagonista, Tobias, del quale talvolta si fatica a seguire i percorsi psicologici che dovrebbero portarlo a coronare un sogno apparentemente impossibile.

Non si può non ammirare Steven Soderbergh, uno dei talenti più bizzarri del cinema americano. La sua bizzarria consiste nel fatto di saper passare con estrema disinvoltura da film d'autore come «Sesso, bugie e videotape» a opere di puro intrattenimento come «Erin Brockovich» e «Ocean's Eleven».

«Canicola» dell'austriaco Ulrich Seidl, al suo debutto nella fiction dopo una lunga attività di documentarista presenta storie terribili di quotidiana violenza, persone ridotte a grottesche imitazioni d'umanità, nefandezze di ogni genere, patetici tentativi di rapporti interpersonali, tristezze che scivolano progressivamente nel ridicolo. Il tutto governato da un senso di fatalità che esclude ogni possibilità di cambiamento.

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel cinema di oggi: il successo. Se Renée Zellweger non avesse pescato il jolly de «Il diario di Bridget Jones», facendo sognare tutte le romantiche single del mondo con una materia che non è esattamente il massimo dei sogni, oggi non vedremmo un film intelligente e, nonostante il divertimento, molto triste come «Betty Love», pronto alla distribuzione da quasi due anni e ritenuto evidentemente poco commerciale.

Joel e Ethan Coen continuano a raccontare le loro storie di cinema e di vita incuranti dell'impatto che potrebbero avere sul pubblico. Il che, a Hollywood, può significare la cosa peggiore che possa capitare: l'insuccesso. Quando i Coen venano le loro storie tristi di sorrisi ora beffardi ora grotteschi, nessuno si lamenta.