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Il regista ungherese Istvàn Szabò aveva già esplorato il difficile rapporto tra arte e potere nell'esemplare «Mephisto». Se a distanza di tanti anni, con «A torto o a ragione», torna sull'argomento, è per affrontarlo da un diverso punto di vista.

Un progetto di Stanley Kubrick, forse il più pessimista degli uomini, affidato a Steven Spielberg, forse il più ottimista, era attraente. Immaginare come avrebbero potuto due personalità così forti e diverse convivere nel medesimo contenitore, apriva orizzonti sconfinati.

Una buona idea, quella che non t'aspetti: Joel Schumacher, confezionatore di spettacoli ad alto costo come «Batman Forever», «Batman e Robin», «Il momento di uccidere» e «8 mm», prende una cinepresa a 16 mm, un gruppo di attori bravi ma poco conosciuti e, in 28 giorni, gira «Tigerland». Che non è un capolavoro e neanche un grande film, ma rappresenta degnamente quel cinema di idee che troppi dollari potrebbero far dimenticare.

È la storia del capitano Corelli, che arriva a Cefalonia col mandolino a tracolla (strumento dal quale non si separerà mai), si innamora della bella Pelagia, già promessa al giovane Mandras, assiste impotente al massacro dei suoi uomini, sfugge alla morte per miracolo e, qualche tempo dopo, torna sull'isola per riprendersi la donna.

La storia di Sam Dawson, padre per caso di una bellissima bambina ma dotato dell'intelligenza di un bambino di sette anni, interessa finché non ci si rende conto che tutti i pezzi combaciano alla perfezione in virtù di un minuzioso lavoro di sceneggiatura concepito in modo che il buonismo trionfi sulla verità.

«Gosford Park» è molto altmaniano nella struttura corale, nella minuziosa definizione di tutti i personaggi, nell'atmosfera di fatalità incombente e nella feroce ironia che fa da anticamera alla tragedia. Lo è meno, invece, nell'ambientazione (per altro bellissima) e nel quadro sociale. Perché, lo voglia o meno, Robert Altman non ha la formazione e la sensibilità di un regista europeo e non è in grado di fare per l'Inghilterra ciò che fece per l'America con «Nashville» e «America oggi».

Sulla base di un racconto cinese, «Lao Dan», Paskaljevic ha scritto una sceneggiatura che avrebbe voluto ambientare in Serbia. Non potendo tornare nel paese natale e dopo aver preso in considerazione altre possibilità, ha scelto l'Irlanda. Ne è venuto fuori un film irlandese che, con ritmi lenti e qualche forzatura nel racconto, riesce a parlare di temi universali con grande proprietà di simboli e soprattutto con un'idea ben precisa dei mezzi e del fine.

Bravissimo a raccontare la realtà trasformandola in un mondo parallelo dove si perdono i punti di riferimento e si finisce per avere l'impressione di trovarsi nella medesima condizione dei protagonisti, Lynch è un narratore di fiabe senza regole, senza lieto fine, senza certezze, persino senza conclusione. E soprattutto senza misura.

È evidente che Ron Howard non è un autore, almeno non nel senso dell'uomo di cinema che segue il progetto dalla prima idea all'ultima seduta di montaggio. Il valore dei suoi film è strettamente collegato alla validità del testo e alla bravura degli attori. «A Beautiful Mind», in questo senso, potrebbe essere il suo miglior film: non rischia niente, ha una confezione meticolosamente studiata, dice alcune cose e ne tace altre a seconda della convenienza, ma vive di notevolissime intuizioni espressive e di un cast in odore di Oscar.

Il film in tre parti del neozelandese Peter Jackson ha molti meriti e qualche difetto, come si addice a un progetto costato 300 milioni di dollari e non legato esclusivamente ad effetti speciali digitali, ma alla necessità di ricreare un'atmosfera magica autentica e non baracconesca. Le perplessità si riassumono in due fattori.