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Joel e Ethan Coen continuano a raccontare le loro storie di cinema e di vita incuranti dell'impatto che potrebbero avere sul pubblico. Il che, a Hollywood, può significare la cosa peggiore che possa capitare: l'insuccesso. Quando i Coen venano le loro storie tristi di sorrisi ora beffardi ora grotteschi, nessuno si lamenta.

Non è facile vivere a Pechino, soprattutto se si appartiene alla classe povera o, peggio ancora, se si viene dalla campagna. Al punto che, per ritrovare una bicicletta rubata, strumento indispensabile di lavoro per un giovane Pony Express, può non essere consigliabile rivolgersi a una polizia distratta o disinteressata: meglio fare da soli.

Per apprezzare in pieno «Monsoon Wedding» di Mira Nair, vincitore del Leone d'Oro all'ultima mostra di Venezia, è necessaria un po' di pazienza. Quella che basta a rendersi conto che l'autrice viene da una cultura, quella indiana, fatta di ferree tradizioni che per forza di cose si scontrano con la volontà di cambiamento (come in Giappone, come nella maggior parte dei paesi africani). Pertanto, diventa quasi fatale che ogni film indiano o pakistano che parli d'attualità metta in scena questo dualismo. Ma non per questo si tratta sempre dello stesso film.

Chi ricorda con incrollabile affetto i fallimentari tentativi magici di Topolino ne «L'apprendista stregone» e lo stupore di Semola di fronte a Merlino ne «La spada nella roccia», potrebbe (forse dovrebbe) mantenere una certa distanza da Harry Potter.