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Dal n. 27 del 13 luglio 2003

A capo del puzzle della vita: «CITY OF GHOSTS»

Per il suo debutto nella regia, Matt Dillon ha scelto una storia dal sapore noir ricca di riferimenti a Graham Greene («Un americano tranquillo»), a Joseph Conrad («Cuore di tenebra»), a Eric Ambler («La maschera di Dimitrios») e a svariati film di epoche diverse, da «Urla del silenzio» a «Yakuza» a «Killer Elite». Se a ciò abbiniamo l'incerta vena narrativa dell'autore e qualche banale errore di percorso (il personaggio dell'archeologa interpretato da Natascha McElhone), apparentemente «City of Ghosts» dovrebbe essere archiviato come semplice materiale di riporto. In realtà basta avere la pazienza di usare un buon scalpello per trovare, sotto una scorza piuttosto resistente, un cuore che pulsa di sincerità.

A capo del puzzle della vita: «CITY OF GHOSTS»

DI FRANCESCO MININNI
Per il suo debutto nella regia, Matt Dillon ha scelto una storia dal sapore noir ricca di riferimenti a Graham Greene («Un americano tranquillo»), a Joseph Conrad («Cuore di tenebra»), a Eric Ambler («La maschera di Dimitrios») e a svariati film di epoche diverse, da «Urla del silenzio» a «Yakuza» a «Killer Elite». Se a ciò abbiniamo l'incerta vena narrativa dell'autore e qualche banale errore di percorso (il personaggio dell'archeologa interpretato da Natascha McElhone), apparentemente «City of Ghosts» dovrebbe essere archiviato come semplice materiale di riporto. In realtà basta avere la pazienza di usare un buon scalpello per trovare, sotto una scorza piuttosto resistente, un cuore che pulsa di sincerità.

Jimmy, agente assicurativo a New York, è coinvolto nel fallimento della compagnia per cui lavora. Nonostante l'Fbi gli consigli di non lasciare il paese, lui sente di dover andare a Bangkok alla ricerca del capo, Marvin. E quando non lo trova a Bangkok, non esita a spostarsi in Cambogia. Qui troverà Marvin, il socio Kaspar, una bella archeologa, un albergatore francese, balordi di ogni genere, la mafia locale e soprattutto Sok, un modesto tassista che, con la sua fedeltà disinteressata, gli offrirà la chiave di volta della sua esistenza.

«City of Ghosts» ha più di un pregio. Innanzitutto una certa obiettività di giudizio nei confronti di una società orientale (quella dei khmer) abitualmente snobbata dagli americani. Ma soprattutto un desiderio interiore di riscoprire le proprie radici umane che potrebbe anche appartenere a Matt Dillon in quanto uomo, più che attore e regista. Così il percorso di Jimmy, assicuratore fallito, uomo allo sbando alla ricerca di un truffatore che potrebbe essere suo padre e capace di scegliere di restare in Cambogia con la sua donna quando due sacchi pieni di dollari suggerivano altrimenti, diventa assimilabile a quello di un attore nato come ribelle, oscurato da troppi concorrenti e riuscito faticosamente a percorrere la propria strada senza presunzione né rassegnazione.

In «City of Ghosts» brillano il talento di un altro emarginato di Hollywood, James Caan nel ruolo di Marvin, e la spontaneità dello sconosciuto Sereyvuth Kem nei panni di Sok, di gran lunga il più bel personaggio del film e capace di un'azione finale che ci riconcilia con quella che dovrebbe essere la normalità nei rapporti tra esseri umani. «City of Ghosts», che ha qualche problema di ritmo e una parte centrale pericolosamente sbilanciata verso il dejà vu, nasce comunque da un'idea sensata e onesta: quanto possa essere difficile rimettere insieme i pezzi di una vita. Se vi sembrerà di averla già sentita, non c'è da stupirsi: riguarda ciascuno di noi.

CITY OF GHOSTS (Id.)
di Matt Dillon. Con Matt Dillon, James Caan, Gerard Depardieu, Natascha McElhone.

A capo del puzzle della vita: «CITY OF GHOSTS»
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