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CESARE DEVE MORIRE

Certe volte il rinnovamento artistico, la freschezza espressiva, la gioventù creativa non passano necessariamente né dall'età anagrafica né da una sperimentazione innovativa né dalla scoperta di nuove strade. Avevamo lasciato i fratelli Taviani a «Fiorile» e «Il sole anche di notte», alla fine della grande stagione dei cantastorie che corrisponde al loro periodo creativo più fertile e felice, senza riuscire a ritrovarli di analogo spessore in «Tu ridi», «Le affinità elettive» e «La masseria delle allodole».

Parole chiave: cinema (291)
CESARE DEVE MORIRE

DI FRANCESCO MININNI

Certe volte il rinnovamento artistico, la freschezza espressiva, la gioventù creativa non passano necessariamente né dall'età anagrafica né da una sperimentazione innovativa né dalla scoperta di nuove strade. Avevamo lasciato i fratelli Taviani a «Fiorile» e «Il sole anche di notte», alla fine della grande stagione dei cantastorie che corrisponde al loro periodo creativo più fertile e felice, senza riuscire a ritrovarli di analogo spessore in «Tu ridi», «Le affinità elettive» e «La masseria delle allodole». Si poteva anche pensare a un naturale invecchiamento creativo oltre che anagrafico. E invece, a cinquant'anni esatti dal loro primo lungometraggio «Un uomo da bruciare», i fratelli samminiatesi ci regalano una smentita che, oltre ad essere bella forte, ovverosia gridata a gran voce, fa anche un gran piacere.

L'Orso d'Oro vinto a Berlino, accanto al valore simbolico e in un certo senso politico di un tale riconoscimento proprio in terra tedesca, vuol dire che i Taviani hanno ancora tanto da dire e che, soprattutto, sanno ancora molto bene come dirlo. Il bello del progetto, un'opera liberamente ispirata al «Giulio Cesare» di Shakespeare e interamente girata nella sezione Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia con attori scelti esclusivamente tra i detenuti con condannati a quindici o vent'anni o a fine pena mai, sta nel fatto che i Taviani, oltre a mettere in campo la loro ben conosciuta sensibilità per le problematiche umane, hanno consapevolmente rispolverato lo stile duro, scabro, essenziale dei loro primi film. Perché «Cesare deve morire» non poteva essere un'elegia, una poesia, uno stornello: doveva essere un dramma, raccontato su più piani, sulla sofferenza, sulla pena, sulla tirannia, sulla rivolta, sulla purificazione, sulla morte e, in ultima analisi, sull'aspirazione dell'animo umano a qualcosa di più alto e importante di quattro mura e di un soffitto da guardare per la maggior parte del giorno. Da questo non si affranca mai la consapevolezza che, se quelle persone si trovano là dentro, devono in qualche modo aver nuociuto al prossimo. Ma, forte e chiaro, arriva anche il messaggio che chiunque ha una scelta e che il fatto di aver effettuato quella sbagliata non potrà mai annichilire del tutto la parte nobile, onesta e capace di elevarsi del proprio animo.

Tornati per motivi principalmente espressivi al bianco e nero degli esordi, i Taviani scelgono la strada più difficile: che cioè siano i loro novelli Cesare, Bruto, Cassio e Marcantonio a condurre le danze. Ciò per un motivo semplice e straordinario: la rappresentazione del «Giulio Cesare» in teatro, che apre e chiude il film con violente esplosioni di colori, a tutti gli effetti corrisponde al momento più triste, quando cioè gli attori smetteranno di essere attori, torneranno ad essere detenuti e saranno riaccompagnati alla solitudine delle loro celle. Il momento di assoluta libertà, quando sembra che le porte di Rebibbia si spalanchino per consentire a uno Shakespeare riletto e ritradotto nei diversi dialetti degli interpreti di innalzarsi gigantesco verso il cielo, è quello delle prove. È lì che, utilizzando ambienti rigorosamente interni al carcere quotidianamente frequentati dai reclusi nel ripetersi della attività giornaliere, gli autori incontrano il personaggio, l'interprete e l'uomo ottenendo la molteplicità dei piani narrativi che rende «Cesare deve morire» un film realmente unico nel panorama contemporaneo.

Alla fine di «Good Morning Babilonia», al momento della morte dei fratelli, sullo sfondo la cattedrale si animava di artigiani al lavoro a significare che neanche la morte avrebbe potuto cancellare il segno della loro opera e che quindi l'arte era il segno della loro sopravvivenza. In piena continuità, uno Shakespeare mixato con la loro esperienza di vita e di morte fa capire ai detenuti che oltre il confine del loro campo visivo c'è altro. E Salvatore Striano (Bruto), tornato in cella, afferma: «Da quando ho canosciuto l'arte, “sta cella è diventata” na priggione». Applausi, per favore.

CESARE DEVE MORIRE di Paolo e Vittorio Taviani. Con Salvatore Striano, Cosimo Rega, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca, Juan Dario Bonetti. ITALIA 2012; Drammatico; Bianco e nero/Colore

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