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…E ORA PARLIAMO DI KEVIN

Ci si chiede, assistendo a «…e ora parliamo di Kevin» di Lynne Ramsay, se l'intento principale della regista scozzese già autrice di «Ratcatcher» fosse quello di analizzare più o meno serenamente le complesse radici di un rapporto tra genitori e figli oppure più semplicemente quello di bersagliare il pubblico con una serie praticamente ininterrotta di ganci allo stomaco affrontando un argomento che a chiunque può dire qualcosa in forma di disturbante terrorismo dell'immagine.

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…E ORA PARLIAMO DI KEVIN

DI FRANCESCO MININNI

Ci si chiede, assistendo a «…e ora parliamo di Kevin» di Lynne Ramsay, se l'intento principale della regista scozzese già autrice di «Ratcatcher» fosse quello di analizzare più o meno serenamente le complesse radici di un rapporto tra genitori e figli oppure più semplicemente quello di bersagliare il pubblico con una serie praticamente ininterrotta di ganci allo stomaco affrontando un argomento che a chiunque può dire qualcosa in forma di disturbante terrorismo dell'immagine. È probabile che la verità stia nel mezzo. Che il film affronti senza mezze misure l'argomento dei conflitti generazionali è palese, così come lo è che non risparmi alcunché pur di arrivare a una verità scomoda. È anche vero, però, che la quantità di provocazioni e violenze va ben oltre il necessario (inutile parlare di minimo indispensabile, è chiaro) per non insinuare il sospetto di una sorta di compiacimento, che sarebbe avvalorato da una tecnica ora molto ruvida ora virtuosistica che di solito rappresentano l'anticamera dell'intellettualismo e dell'insincerità.

Kevin è il primogenito di una coppia che, a quanto è dato di capire, non considerava i figli una priorità assoluta nel rapporto. Lo sguardo stranito e allucinato della madre fa capire subito che è accaduto qualcosa di molto grave. I suoi pensieri, d'altronde, vanno avanti e indietro alla ricerca di un perché difficile da individuare. Kevin è un bambino difficile, lento ad apprendere e lento a reagire a qualunque stimolo. Soltanto il tiro con l'arco, che ha colpito la sua fantasia dopo la lettura di «Robin Hood», sembra interessarlo davvero. In successione verranno la nascita di una sorellina, Celia, un brutto incidente con l'acido che la priverà di un occhio, una lunga serie di eventi che renderanno la crescita difficile e la madre sempre più depressa e infine un'esplosione di violenza che chiuderà il cerchio. Kevin finirà in carcere e sua madre continuerà a girare a vuoto chiedendosi perché.

Sulla base di un romanzo di Lionel Shriver, Lynne Ramsay ci racconta una verità ben conosciuta: i figli non desiderati riescono in qualche modo interiore a percepire la situazione di disagio. Di qui in avanti le reazioni variano a seconda dei soggetti. Nel caso specifico abbiamo una madre incapace di cullare il figlio, che si calma immediatamente tra le braccia paterne; una progressione di provocazioni dirette quasi esclusivamente alla figura materna; un disagio esistenziale che esplode in un gesto più che estremo di fronte al quale lo stesso Kevin non potrà che ammettere: «Prima credevo di sapere perché, ma ora non me lo ricordo più». Il problema principale di «…e ora parliamo di Kevin» è proprio questo, cioè non riuscire a farci capire se le motivazioni della Ramsay (o di Shriver) siano fondate su basi sociali, umane e analitiche oppure dettate unicamente da desiderio di provocazione. È chiaro che dall'una all'altra eventualità le ragioni di un film così cambiano completamente. A voler essere sinceri, il fatto che in più di un'occasione il broncio di Kevin bambino assuma il gelo diabolico del Damien de «Il presagio» lascerebbe intravedere una prevalenza dell'ipotesi della provocazione fine a se stessa, inserendo «…e ora parliamo di Kevin» nella non folta schiera di quei film nei quali il bambino è programmaticamente cattivo e pertanto fastidiosamente innaturale («Il giglio nero» di Mervyn LeRoy, «L'innocenza del diavolo» di Joseph Ruben). Lynne Ramsay ha cercato di trasformare una vicenda scorbutica e molto difficile in un banco di prova per il proprio sperimentalismo tecnico, cromatico, sonoro, lasciando da una parte l'umanità e trasformando i suoi personaggi in freddi extraterrestri che di umano conservano soltanto le fattezze. Il nostro disagio, così, non è quello che si può provare di fronte a una tragedia domestica riportata in prima pagina o in cronaca locale, ma quello che si prova di fronte all'utilizzo arbitrario delle umane debolezze a fini che qualcuno si ostina a considerare artistici.

…E ORA PARLIAMO DI KEVIN (We Need to Talk about Kevin)
di Lynne Ramsay. Con Tilda Swinton, John C. Reilly, Ezra Miller, Jasper Newell.
GB/USA 2011; Drammatico; Colore

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