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Glass

Si può dire che Glass chiuda (lo speriamo) il progetto più ambizioso di M. Night Shyamalan, ovvero una trilogia sul bene e sul male, sul potere, sul ruolo dei supereroi (o presunti tali), sulla paura della diversità, sul rifiuto di tutto ciò che diverge dall’omologazione globale e che come tale va combattuto e distrutto.

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Locandina del film

In principio fu Unbreakable (2000), dove si incontravano David Dunn, che toccando le persone poteva vedere i loro lati oscuri (come Johnny Smith ne La zona morta) e che aveva la peculiarità di avere un corpo indistruttibile e immune alle malattie, e Elijah Price, appassionato di fumetti e ammalato di osteogenesi imperfetta che lo rende soggetto a continue fratture anche per traumi minimi e che lo induce a ribattezzarsi Doctor Glass. Poi, nel 2016, è venuto Split, nel quale abbiamo conosciuto Kevin Crumb e le sue 23 diverse personalità. L’apparizione finale di David Dunn lasciava intuire che le loro storie si sarebbero incrociate. Il crossover è appunto Glass, che dovrebbe dire una parola conclusiva su amici, nemici, burattini e burattinai.

E magari Shyamalan è anche convinto di farlo mentre elabora un altro dei suoi mondi anomali nel quale questa volta tutte le storie dovrebbero ricongiungersi con un unico comune denominatore a svelare il come e il perché. Solo che il paradosso dell’assunto rende le conclusioni altrettanto paradossali e necessariamente legate più all’accumulo che alla sottrazione. Si ha la sensazione, insomma, che mentre Shyamalan gioca a fare il burattinaio con implicazioni filosofiche, sociologiche e politiche, finisca in realtà per essere egli stesso un burattino che debba rispondere alla logica superiore del mercato. Certo, prendendosi qualche libertà e riuscendo a insinuare alcune interessanti riflessioni che ci aspettiamo in un autore americano per produzione ma indiano per nascita.

In un ospedale psichiatrico che si presume (ma non è così) super protetto, sono ricoverati i tre soggetti. David Dunn, pacato e tranquillo, sa che fuori c’è tanta gente da proteggere e sa di essere forse l’unico in grado di farlo. Kevin Crumb entra ed esce dalle sue personalità a seconda della potenza dei raggi di luce che lo controllano. Glass, invece, è per niente reattivo, quasi catatonico, perso in qualche meandro della mente. La dottoressa Ellie Staple è convinta di avere tutto sotto controllo. Fuori, il figlio di Dunn, la madre di Price e la ragazza che fu risparmiata da Crumb cercano di entrare in contatto e di aiutare i soggetti. I nodi verranno al pettine quando i tre potranno uscire e trovarsi uno contro l’altro e tutti contro un esercito.

Inizialmente della durata di tre ore e mezza, Glass è stato ridotto da Shyamalan alle attuali due ore e dieci. Ed è comunque troppo lungo, soprattutto perché più legato a interminabili scambi verbali che a quella che solitamente chiamiamo azione e che nel film è racchiusa in due scontri posti uno in apertura e l’altro in chiusura. Il problema di Shyamalan è quello di voler spiegare tutto, anche le cose ovvie. Così, quando la ragazza risparmiata da Crumb scopre che Metropolis di Superman è modellata su New York e che i costumi dei primi supereroi derivano da quelli degli artisti circensi, lei è sorpresa e noi pensiamo che abbia scoperto l’acqua calda. Più interessante, casomai, il dettaglio (in un certo senso mutuato da X-Men) che un’organizzazione segreta (che in realtà è il potere costituito) vuole annientare i supereroi perché estranei al progetto di appiattimento generale di un’umanità che sarebbe più facile controllare e indirizzare.

Alla base di questo, però, ci resta un quesito: ma Dunn, Glass e Crumb a che titolo reclamano lo status di supereroi? Il primo col cappuccio verde, il secondo col pastrano viola, il terzo con costanti tonalità giallo oro, tutti e tre con poteri discutibili. Forse un giorno ne sapremo di più.

GLASS (Id.) di M. Night Shyamalan. Con Bruce  Willis, Samuel L. Jackson, James McAvoy, Sarah Paulson, Spencer Treat Clark, Anya Taylor-Joy. USA 2019; Drammatico; Colore.

Glass
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