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IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE

Chi legge in superficie senza disturbarsi ad andare oltre le apparenze, può anche pensare che ogni volta che Pupi Avati torna a raccontare il proprio passato faccia sempre lo stesso film. Oppure che dopo un insuccesso bruciante (in questo caso «Una sconfinata giovinezza») l'autore abbia bisogno di andare sul sicuro e si rivolga a materiale ben noto per azzerare i margini di errore. O anche che quel passato rappresenti per lui un momento di rigenerazione, come tornare in un luogo nel quale si è sicuri di star bene.

Parole chiave: cinema (291)
IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE

DI FRANCESCO MININNI

Chi legge in superficie senza disturbarsi ad andare oltre le apparenze, può anche pensare che ogni volta che Pupi Avati torna a raccontare il proprio passato faccia sempre lo stesso film. Oppure che dopo un insuccesso bruciante (in questo caso «Una sconfinata giovinezza») l'autore abbia bisogno di andare sul sicuro e si rivolga a materiale ben noto per azzerare i margini di errore. O anche che quel passato rappresenti per lui un momento di rigenerazione, come tornare in un luogo nel quale si è sicuri di star bene.

Delle tre, la prima è insensata, la seconda può avere un fondo di verità inconscio e la terza è quella che si avvicina di più al reale. A patto, però, di stare ben attenti alle sfumature. Il cuore grande delle ragazze» dà la precisa impressione di un argomento conosciuto trasfigurato dal semplice ingrediente del piacere di raccontare.

Ci spieghiamo meglio: ogni volta che Avati si è esercitato con la memoria, vera o inventata che sia, ci ha dato quadri d'epoca precisi, sentiti, accorati, dolcissimi o crudeli, sorridenti o cinici, sui quali aleggia sempre la presenza della morte, del cambiamento, di una fine e di un principio, di una chiusura e una riapertura. La morte, anche se ricondotta a certe modalità bizzarre legate alla tradizione popolare, non manca mai di suscitare brividi o tristezze. Questa volta no: «Il cuore grande delle ragazze» non permette né alla morte, né alla miseria, né a problematiche familiari in qualche caso estremizzate, di condurre il racconto su un binario malinconico o cupo.

Avati si impone, e mantiene dal principio alla fine, una leggerezza di tocco che ci fa capire quanto per lui fosse importante questa volta distendersi nella serenità e, raggiuntala, non mollare la presa a dispetto delle svolte tristi del racconto. Il tutto senza nostalgia, che non deve essere per forza un ingrediente primario quando si parla del passato. Anzi, siccome i nostalgici sono quelli che si rivolgono al passato per rimanervi, Avati è l'esatto contrario: sa che viene da lì, sa che se quelle cose non fossero accadute lui probabilmente non ci sarebbe, ma sa anche che ripensare il passato ha un senso soltanto se aiuta ad andare avanti.

In una cittadina emiliana degli anni Trenta, il padrone e il mezzadro hanno in ponte affari più seri che non quelli della terra. Il primo, infatti, ha due figlie in età da marito che nessuno vuole. Il secondo, invece, ha un figlio, Carlino, impenitente donnaiolo e poco propenso a mettere la testa a partito. Così l'affare è fatto: se Carlino sposerà una delle due zitelle avrà una moto Guzzi per sé e altri dieci anni di rinnovo dell'affitto per la famiglia. Si dà, però, che la moglie del padrone abbia una figlia, Francesca, da un precedente matrimonio e che Carlino, colpito da amore a prima vista, decida che è proprio lei che vuole sposare. Ed è solo l'inizio dei problemi.

A ben guardare, «Il cuore grande delle ragazze» (un titolo un po' troppo didascalico, ma lo perdoniamo volentieri) è una commedia rilassata e tranquilla che, alla fine di ogni tristezza e di ogni ostacolo, afferma a chiare lettere che quel che conta è andare avanti. Tra episodi degni di una ballata popolare (il pranzo di nozze quando il matrimonio non è ancora stato celebrato), altri impregnati di tradizione contadina (la morte del mezzadro) e altri semplicemente sorridenti, ci ritroviamo nel mondo de «Le strelle nel fosso», di «Storia di ragazzi e di ragazze», de «Il testimone dello sposo» e de «La via degli angeli».

Avati, però, sfodera un grande potere di sintesi, in andamento fortemente ritmato e una gran voglia di vivere e di divertirsi al pensiero che quei due lì, Carlino e Francesca, sono proprio i suoi nonni e che le cose, licenze poetiche a parte, sono andate proprio così. Lo aiutano Cesare Cremonini, Micaela Ramazzotti, gli affezionati Gianni Cavina e Massimo Bonetti e un Andrea Roncato forse per la prima volta lontano dalle barzellette. La musica di Lucio Dalla, molto funzionale, vede lo stesso Avati intervenire come clarinettista. Chissà che non stesse passando una cometa.

IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE
di Pupi Avati. Con Cesare Cremonini, Micaela Ramazzotti, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Erika Blank
ITALIA 2011; Commedia; Colore

IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE
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