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Dal n. 43 del 1° dicembre 2002

Il durissimo mestiere del regista: «HOLLYWOOD ENDING»

A quanto pare Woody Allen non ha mai digerito il fatto che i suoi film, amatissimi in Europa, abbiano sempre (con l'eccezione di «Manhattan») pochissimo successo negli Stati Uniti. E con «Hollywood Ending» vorrebbe spargere ironia, rancori e veleni su tutti: sugli americani che non capiscono il suo lavoro, sui produttori che vogliono sempre lo stesso film, sugli europei (più precisamente sui francesi) che possono considerare un capolavoro un film diretto da un cieco.

Il durissimo mestiere del regista: «HOLLYWOOD ENDING»

DI FRANCESCO MININNI
Val Waxman, regista in disgrazia costretto a girare short pubblicitari tra i ghiacci del Canada, può tornare a dirigere un film («La città che non dorme») grazie ai buoni uffici della ex-moglie Ellie, che convive con il produttore. Pur rendendosi conto che la storia del film sembra fatta apposta per lui, Val porta con sé un carico di nevrosi e frustrazioni che, alla vigilia dell'inizio delle riprese, gli causano un'improvvisa cecità. Il suo agente non ha dubbi: con un po' d'aiuto, Val potrà ugualmente dirigere il film...

A quanto pare Woody Allen non ha mai digerito il fatto che i suoi film, amatissimi in Europa, abbiano sempre (con l'eccezione di «Manhattan») pochissimo successo negli Stati Uniti. E con «Hollywood Ending» vorrebbe spargere ironia, rancori e veleni su tutti: sugli americani che non capiscono il suo lavoro, sui produttori che vogliono sempre lo stesso film, sugli europei (più precisamente sui francesi) che possono considerare un capolavoro un film diretto da un cieco.

Francamente l'idea è buona: la cecità psicosomatica applicata a un regista era non soltanto uno spunto di partenza assai intelligente, ma anche un serbatoio inesauribile di gag buffe e grottesche. Ma, altrettanto francamente, il risultato è incerto. Si ha quasi l'impressione che per una volta Woody Allen, rappresentandosi come un genio incompreso, abbia avuto più interesse per l'autocelebrazione che per un «normale» sviluppo della vicenda. Anzi, «Hollywood Ending» sembra citare esplicitamente due film di un grande del cinema che dall'America fu trattato malissimo e, alle soglie della vecchiaia, sentì il bisogno di dire la sua: così Chaplin in «Un re a New York» sparò a zero sul sistema americano e in «Luci della ribalta» si autocelebrò con qualche eccesso di narcisismo.

Ma Woody Allen, che non è Chaplin, commette un errore supplementare, riducendo al minimo le gag che avrebbero potuto dare linfa vitale alla sua polemica. Se diciamo che ciò che più rimane nella memoria in «Hollywood Ending» sono le due gag della caduta dal soppalco e, ancora più esilarante, della ricerca del divano, è per sottolineare che un po' di sana, autentica farsa avrebbe potuto togliere al film un po' di quell'aura di lamentazione intellettuale senza diminuire affatto la sua carica polemica. È vero che l'intelligenza di Woody Allen a lungo andare paga sempre. Ma è anche vero che se l'autore intende mantenere a qualunque costo la cadenza di un film all'anno, nessuno (neanche lui) può pretendere che la qualità sia sempre la stessa.

HOLLYWOOD ENDING (Id.) di Woody Allen. Con Woody Allen, Téa Leoni, Treat Williams, George Hamilton. USA 2002; Commedia; Colore

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