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Il film: Costretti a scegliere tra le leggi di mercato e "un altro mondo"

Philippe Lemesle è un manager di successo, direttore della filiale francese di una multinazionale d’oltreoceano.

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Per la carriera ha sacrificato tutto, a partire dalla famiglia: la moglie lo sta lasciando, stanca di trascorrere anche i fine settimana in piena solitudine, la figlia maggiore vive oltreoceano e poco sa delle tribolazioni del proprio padre, il figlio più piccolo è reduce dall’aver aggredito un proprio insegnante ed è stato internato in una struttura sanitaria dove curare i suoi stati di allucinazione. Quando, schiavi delle leggi di mercato, i vertici aziendali nazionali gli chiedono di licenziare 58 dipendenti, decidere se obbedire o ribellarsi all’ordine ricevuto lo porrà di fronte ad un senso profondo di fallimento esistenziale.

Philippe è il protagonista di Un altro mondo, l’ultima intensa pellicola diretta di Stéphane Brizé, che con questo film completa la sua trilogia politica sulle assurdità del mondo del lavoro, iniziata con La legge del mercato (2015) e proseguita con In guerra (2018). E se nelle precedenti opere le vittime sacrificali erano gli operai, con Un altro mondo il cineasta ci racconta che anche i ricchi (manager) piangono, incapaci di rendersi conto di come possano ritrovarsi improvvisamente in un vicolo cieco che non lascia spazio alla dignità umana. Una situazione ingestibile che li rende perdenti di successo, stritolati dal sistema del profitto che prosciuga le energie e l’intera esistenza.

L’intenso personaggio di Philippe è interpretato da un granitico Vincent Lindon (alla quinta collaborazione con il regista), un attore sempre più a suo agio nei panni del sessantenne ancora troppo giovane per alzare bandiera bianca davanti al turbinio della vita contemporanea, ma ormai troppo vecchio per non desiderare di affrancarsi dai conflitti giornalieri. Il suo volto incredibilmente leggibile offre alla macchina da presa un distillato di espressioni, capaci di condensare in un solo sguardo più stati d’animo ed emozioni. Brizé è abile nel rappresentarlo perennemente ostaggio dei telefoni cellulari e del computer sempre connessi, mentre le sedute in palestra sul tapis-roulant o le compresse assunte per mitigare gli effetti collaterali del cibo spazzatura non possono lenire uno stato d’ansia insopportabile. La fotografia di Éric Dumont arricchisce la maschera di Lindon di ulteriori elementi descrittivi, affidati al taglio della luce che l’attraversa (a simboleggiare il buio che attanaglia la sua coscienza) mentre la colonna sonora di Camille Rocailleux sottolinea l’angoscia e la solitudine di un uomo ormai abbandonato da tutti.

Eppure, quando lo sentiamo affermare che la sua libertà “ha un costo ma non un prezzo” è chiaro che vorrebbe disobbedire al sistema, tagliare i fili della marionetta che lo hanno fatto diventare. Un aiuto potrebbe giungere, forse inatteso, dall’affetto dei propri familiari (molto intense le interpretazioni di Sandrine Kiberlain nei panni della moglie e di Anthony Bajon, il figlio Lucas) che nonostante tutto sono ancora lì, a portata di mano, in attesa che Philippe trovi la forza di tornare insieme a loro. E allora è bene che si sbrighi nel decidere poiché il tempo sta per scadere. E mentre la distanza tra l’affidarsi ad un ultimo rischioso moto d’orgoglio professionale (che potrebbe fargli perdere tutto) e il voler progredire nella sua carriera (schivando le proprie responsabilità) è quasi impercettibile, le conseguenze che ne deriveranno saranno come aver scelto tra questo pianeta e un altro mondo.

 

UN ALTRO MONDO [Un autre monde] di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon, Sandrine Kiberlain, Anthony Bajon, Marie Drucker, Guillaume Draux, Olivier Lemaire

Produzione: Nord-Ouest Films, France 3 Cinéma; Distribuzione: Movies Inspired; Francia; 2021

Drammatico; Colore

Durata 1h 36min

Fonte: Tog

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