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Il film: "Il mio corpo", una contemplazione del reale per un’esperienza spirituale

Non è facile definire un film come "Il mio corpo", terza parte di un’ideale trilogia che il regista Michele Pennetta ha dedicato alla Sicilia dopo ’A iucata (2013) e Pescatori di corpi (2016). Certo lo si può far rientrare nella categoria del documentario antropologico, ma in realtà si tratta di qualcosa di più e di diverso.

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Di più in quanto l’obiettivo del regista osserva, sì, con un certo distacco oggettivo la vita di due giovani che vivono nell’entroterra dell’isola, là dove un tempo fiorivano miniere di zolfo oggi abbandonate, in un paesaggio desolato di discariche abusive e pascoli incolti, ma lo fa tessendo un sottile filo narrativo che porta le due storie individuali a incontrarsi dopo essere state messe a confronto da un montaggio alternato. Si tratta di Oscar, un ragazzino siciliano che con il padre e il fratello un poco più grande va alla ricerca di ferro e altri scarti per rivenderli; e di Stanley, un giovane nigeriano in regola con i permessi che fa le pulizie in una parrocchia e si adatta a qualunque collocazione lavorativa pur di garantirsi un’indipendenza economica e un inserimento sociale. Non è così per il fratello di Stanley, senza documenti e molto più rassegnato di fronte alle difficoltà della vita.

Michele Pennetta, forte di una tradizione che parte dal Robert J. Flaherty dell’Uomo di Aran (1934) e passa per lo Zavattini di Storia di Caterina (1953), è come se avesse chiesto a Oscar e Stanley di reinterpretare se stessi, di diventare attori dei loro personaggi nella vita quotidiana, incuranti della macchina da presa che li segue passo passo con apparente indifferenza, eppure li definisce, li colloca in quello spazio selvaggio e devastato, li accosta e li narra. Non si spiegherebbe, altrimenti, il ricorso al formato scope con cui il regista ritaglia il campo visivo come in un normale film di finzione. Ed ecco la dimensione diversa di Il mio corpo: le vicende esistenziali di Oscar e Stanley, così lontani per origine e formazione, sono accomunate da ferite simili, come l’abbandono materno e il senso di estraneità a un mondo senza speranza.

I loro corpi, quello già piagato di Stanley e quello in formazione di Oscar, con un implicito richiamo eucaristico offerto dal titolo, sono offerti in sacrificio sull’altare dell’indifferenza e della solitudine. L’assenza di una mamma rende entrambi vulnerabili e coriacei al tempo stesso e il ritrovamento in una discarica di una Madonnina di gesso fra tante brutture (compreso un revolver arrugginito) sembra segnare simbolicamente la volontà di un riscatto, verso una indipendenza per ora soltanto intravista. La scena, che ci mostra la statua capovolta, tirata da una corda fin sopra il viadotto da cui il padre di Oscar ricupera i rottami, diventa l’emblema di una realtà umana che ha perduto il senso del sacro ma dove sono ancora possibili la solidarietà e la speranza. Come accade nel finale quando, per slittamenti progressivi di prossimità, Oscar e Stanley finalmente si incontrano, l’uno ribelle al padre e l’altro divenuto buon pastore che veglia su di lui, pecorella smarrita. Solo allora, sull’ultima scena, sentiamo una musica di colonna sonora che, guarda caso, è lo Stabat Mater di Pergolesi, ad accompagnare l’immagine di Oscar addormentato in auto: è un’inquadratura speculare a quella che apre il film, solo che tra questi due sonni qualcosa è successo, un avvicinamento è avvenuto.

Il mio corpo, disponibile sulle piattaforme Zalabb, #iorestoinsala, cg Digital e Chili, non va visto con il desiderio di seguire una storia né tanto meno di distrarsi, ma con la disposizione contemplativa di chi, guardando al mondo reale, anche degradato, riesce a cogliervi germi di risurrezione. E in questo periodo quaresimale può diventare un’esperienza spirituale.

Fonte: Tog
Il film: "Il mio corpo", una contemplazione del reale per un’esperienza spirituale
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