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Il traditore

Nel serrato confronto tra Buscetta, la cupola mafiosa, la legge e lo Stato, Bellocchio ha intravisto la possibilità di mettere in scena un faccia a faccia tra figure di eccellente teatralità che portano il fatto storico su un piano di vera e propria rappresentazione scenica. Un film che sorprende per chiarezza, lucidità e gestione dei toni di grottesco. Bellocchio al suo meglio.

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Locandina del film

È Marco Bellocchio stesso a porsi la domanda che ci siamo posti anche noi: cosa c’entra il personaggio di Tommaso Buscetta, le cui rivelazioni portarono alla condanna di quasi quattrocento mafiosi di piccolo, grande e grandissimo livello, con il suo cinema? In effetti niente. Non è peculiare dello stile di Bellocchio realizzare film-inchiesta come potevano essere certi capolavori di Francesco Rosi né tanto meno film sul crimine organizzato con delitti, processi e tradimenti come Il padrino.

Ma Il traditore non è né l’uno né l’altro. Nel serrato confronto tra Buscetta, la cupola mafiosa, la legge e lo Stato, Bellocchio ha intravisto la possibilità di mettere in scena un faccia a faccia tra figure di eccellente teatralità che portano il fatto storico su un piano di vera e propria rappresentazione scenica. In questo, in realtà, sta la novità del film: anche i fatti più decisivi, quelli storicamente documentati e inconfutabili, non sono trascritti come una fredda cronaca, ma come un’appassionata rappresentazione che trasforma le aule di un tribunale, le stanze degli interrogatori e le ville dei boss nei palcoscenici di un grande teatro. La cosa è abbastanza nuova per Bellocchio e gli giova. Fatta eccezione per la figura di Andreotti e per l’immobilità dello Stato, mancano ne Il traditore quelle infinite polemiche contro ogni tipo di istituzione che di solito sono il marchio distintivo dell’autore e che ne rappresentano allo stesso tempo il limite maggiore.

Tommaso Buscetta lascia l’Italia per il Brasile, terra della sua ultima moglie, e prospera con attività criminali non meglio identificate. In Sicilia, però, i corleonesi scalano la cupola e cominciano ad eliminare senza pietà ogni ostacolo (ivi compresi i figli italiani di Buscetta). Quando le indagini passano nella competenza di Giovanni Falcone, Buscetta viene rimpatriato e lungamente interrogato dal magistrato che ha capito quale fonte di informazioni potrebbe essere il «boss dei due mondi». Questi, che rifiuta costantemente di definirsi pentito e si professa comunque uomo d’onore, finisce per riconoscere in Falcone un’idea di giustizia pura e ricca di valori che paradossalmente equipara al proprio essere mafioso con princìpi. Da qui, il maxiprocesso e le condanne eccellenti procederanno a passo di carica. E Buscetta, a differenza di Falcone, morirà nel proprio letto.

Il modo in cui Bellocchio si smarca completamente dal gangster movie è chiaro fin dall’inizio: Buscetta si trova già nella posizione che occupa nella piramide e, al momento in cui è arrestato e comincia a parlare, non esiste alcun flashback che ci racconti i suoi pregressi, il suo ingresso in Cosa Nostra e la strada percorsa per raggiungere tale posizione. Non ci interessa: se Buscetta ha fatto rivelazioni che hanno portato a quel risultato, vuol dire che sapeva le cose e quindi che occupava un posto che gli permetteva di saperle. Altro sarebbe stato un di più che avrebbe trasformato Il traditore in un film di genere.

Tutte queste scelte di rappresentazione, alla fine, devono poter dare un’idea di che tipo di lavoro si sia sobbarcato Bellocchio e di quanto fermo sia stato il suo polso nell’affrontare una storia che si prestava a semplificazioni e spettacolarizzazioni che sono invece assenti.

L’altro elemento determinante per la riuscita del film è l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, che si è calato corpo e anima nel personaggio di Buscetta evitando qualunque macchiettismo nella consapevolezza che, se avesse sbagliato lui, il film avrebbe fallito i propri obiettivi. Non sbaglia Favino, in una delle interpretazioni più mature dell’intera carriera. I suoi confronti con Falcone (molto ben raffigurato da Fausto Russo Alesi) raggiungono livelli di finezza e chiarezza encomiabili, probabilmente sintetizzati nella battuta di Buscetta: «Dottore, qua dobbiamo capire chi morirà per primo: io o lei». E nell’immediato retroscena, da lodare senza riserve anche l’interpretazione di Fabrizio Ferracane nel ruolo di Pippo Calò. Insomma, un film che sorprende per chiarezza, lucidità e gestione dei toni di grottesco. Bellocchio al suo meglio.

IL TRADITORE di Marco Bellocchio. Con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi. I/F/BR/D 2019; Drammatico; Colore.

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