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In guerra

Stéphane Brizé conferma con una certa forza la sua volontà non di rappresentare, ma di calarsi all’interno di ciò che racconta, in questo caso delle lotte operaie facendo sì che la macchina da presa sia di volta in volta un leader sindacale, una madre di famiglia, un giornalista politico, un rappresentante dell’Eliseo o un amministratore delegato.

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Locandina del film

Figlio di un postino e di una casalinga, Stéphane Brizé proviene da un ambiente nel quale «cultura» è una manciata di romanzi nella libreria di casa. Per questo i suoi ultimi tre film sono emblematici della sua formazione. La legge del mercato analizza la disumanità del marketing. Una vita traduce in immagini il romanzo di Maupassant con rigore e competenza. In guerra torna sulla problematica del lavoro analizzando una lunga lotta operaia contro la chiusura di una fabbrica. Da una parte un classico della letteratura francese e mondiale, dall’altra il presente con una full immersion nel mondo dell’impiego e di tutti calcoli che rendono la persona umana una pedina da spostare a piacimento in nome del profitto.

Difficile dire quale delle due vocazioni dia risultati migliori, anche perché il puntiglio che Brizé mette nel confrontarsi con Maupassant è lo stesso che si impone nell’affrontare problematiche contemporanee. Si può concludere che l’autore è un convinto realista che applica le proprie convinzioni in qualunque campo. Casomai, c’è da rilevare come In guerra ribadisca con una certa forza la sua volontà non di rappresentare, ma di calarsi all’interno delle lotte operaie facendo sì che la macchina da presa sia di volta in volta un leader sindacale, una madre di famiglia, un giornalista politico, un rappresentante dell’Eliseo o un amministratore delegato. Così facendo, Brizé ci costringe a essere lì durante l’occupazione, le trattative, le manifestazioni, gli assalti della polizia, gli scontri tra operai pro o contro, le illusioni e i risvegli. La macchina da presa con il suo continuo movimento impedisce una visione neutrale: o si sta con chi protesta per difendere il diritto al lavoro e denunciare le inadempienze della proprietà o si sta con gli altri. Ma se si sta con gli altri, si può anche lasciare il cinema prima della fine del film.

Nel sud della Francia, località Agen, la fabbrica Perrin, nella quale si costruiscono pezzi per automobili, vive un momento di grande difficoltà. Il nuovo proprietario tedesco, Hauser della Dimke, ha deciso di chiudere per scarsa competitività rifiutando anche di vendere il complesso a possibili acquirenti. Gli operai, con in testa il loro rappresentante Laurent Amédéo, incrociano le braccia e bloccano la produzione. Poi si susseguono gli incontri infruttuosi: con i sindacati, con un portavoce del Presidente della Repubblica, con la dirigenza della fabbrica che offre soltanto bonus di uscita.

Fatalmente tra gli operai scioperanti serpeggia anche il dissenso e qualcuno vorrebbe tornare a lavorare per non perdere i soldi offerti per il licenziamento. E finalmente Martin Hauser accetta di incontrare la rappresentanza della fabbrica. Non finirà bene. Solo un gesto estremo di Amédéo indurrà le parti a una riflessione più profonda.

È interessante il fatto che, dopo un intero film girato con la camera a mano che in alcuni casi riesce a dare l’impressione di star registrando avvenimenti reali, Brizé scelga di rappresentare il gesto di Amédéo da lontano, con immagini riprese da un iPhone. È il momento in cui In guerra cessa di essere un’esperienza collettiva e diventa interamente privata. In questo momento Amédéo decide autonomamente di fare qualcosa di estremo per molti motivi: per difendere la propria dignità che molti hanno messo in discussione, per aiutare la causa di chi sta perdendo il lavoro e non può fare niente, per far capire a chi comanda che in ballo ci sono vite e non soltanto soldi. E non può farlo consultandosi con gli altri, presentando una mozione, aprendo un tavolo di trattative: lo può fare da solo e una volta sola.

Così In guerra, che fa capire molte cose sui dividendi, il profitto, la globalizzazione, i poteri forti, il momento che stiamo vivendo e forse anche quello che vivremo, diventa anche un documento lancinante sul margine d’intervento del singolo nell’ingranaggio generale. Vincent Lindon riesce come pochi a uniformarsi alla persona comune: anche sapendo che lui è l’unico professionista e tutti gli altri sono praticamente se stessi, si fatica a vedere qualche differenza. Una grande prova d’attore in un notevole film d’autore.

IN GUERRA (En guerre) di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, Olivier Lemaire, Martin Hauser, Jean Grosset. FRANCIA 2018; Drammatico; Colore.

In guerra
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