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J. EDGAR

Ci sono due modi per affrontare «J. Edgar» di Clint Eastwood: o valutarlo serenamente per quel che è evidenziandone pregi e difetti o, partendo dal presupposto che l'attuale monumento del cinema americano non sia capace di sbagliare, considerarlo un capolavoro nel quale ogni minimo difetto sia (che diamine!) voluto dall'autore.

Parole chiave: cinema (291)
J. EDGAR

DI FRANCESCO MININNI

Ci sono due modi per affrontare «J. Edgar» di Clint Eastwood: o valutarlo serenamente per quel che è evidenziandone pregi e difetti o, partendo dal presupposto che l'attuale monumento del cinema americano non sia capace di sbagliare, considerarlo un capolavoro nel quale ogni minimo difetto sia (che diamine!) voluto dall'autore. Certo, la tentazione è forte: l'idea che Eastwood e lo sceneggiatore D. Lance Black si siano permessi di andare a frugare negli archivi più nascosti della memoria per delineare il personaggio dell'inflessibile Hoover senza mitizzazioni e, più ancora, con un occhio di riguardo per debolezze e vizi privati, quando il massimo dell'irriverenza fin qui era stata la burlesca invenzione di Woody Allen ne «Il dittatore dello stato libero di Bananas» (Hoover era una grassa donna di colore), era tale da suscitare interesse. Se non che assistendo al film si ha una sensazione strana: che l'intenzione fosse quella di ricercare il massimo della verità ma che il risultato, anche a seguito di qualche veto venuto dall'alto, rimanga sospeso tra vigore storico e concessioni al gossip.

L'irresistibile ascesa di J. Edgar Hoover come capo (e creatore a tutti gli effetti) dell'Fbi dal 1924 al 1972, in un periodo che vede l'alternarsi di otto Presidenti degli Stati Uniti da Calvin Coolidge a Richard Nixon, è se non altro la perfetta rappresentazione della solitudine di un uomo di potere caratterizzato dall'assoluta mancanza di amici, dalla repressione (non assenza) dei sentimenti, dalla devozione quasi maniacale per il lavoro inteso come difesa del paese, dall'amore per una madre dalla tempra fortissima e da tutta una serie di angoli oscuri che hanno portato a qualche (fondato?) sospetto di omosessualità.

Già da queste grandi linee è possibile individuare una linea tematica che contrappone storia pubblica e privata allo scopo di evidenziare contraddizioni e fragilità del personaggio principale. Bisogna riconoscere che Clint Eastwood è capace di rappresentare il doppio binario con notevole vigore. Servendosi di un'iconografia classica, l'autore svaria da un'epoca all'altra con arditi salti temporali dei quali si serve per evidenziare l'onnipresenza del potere e la sua continua rigenerazione.

Manca però la possibilità di portare un vero e proprio affondo nel privato di Hoover, che in tal modo resta confinato in siparietti che, così come sono, risultano del tutto fini a se stessi. Ci riferiamo specificamente a due scene: il furibondo litigio in una camera d'albergo con l'amico e collega Clyde Tolson e il dolore per la morte della madre che porta Hoover a indossare un abito della defunta davanti allo specchio. Se ciò fosse supportato da una precedente evidenza di omosessualità o morbosità, non avrebbe l'aria di una motivazione posticcia ed episodica. Molto meglio il rapporto con la segretaria Helen Gandy: un goffo corteggiamento e poi la consapevolezza di essere fatti l'uno per l'altra in quanto innamorati unicamente del posto di lavoro. Certo, restano tracce di stile che evocano il grande cinema: le sfilate dei cortei presidenziali che scandiscono lo scorrere del tempo, i riferimenti al cinema noir che passò dall'esaltazione del criminale (James Cagney in «Nemico pubblico») alla santificazione delle forze dell'ordine (sempre James Cagney ne «La pattuglia dei senza paura»), la precisissima definizione di Hoover come personaggio che da solo contro il mondo passa rapidamente a ritrovarsi solo con se stesso e, alla resa dei conti, la saggia conclusione che in ogni caso non è mai buona politica accentrare troppo potere nelle mani di una sola persona. In questo senso Eastwood conferma in pieno la crescita di un talento sul quale trent'anni fa non avremmo scommesso.

Quanto a Leonardo Di Caprio, come in «The Aviator» conferma una certa difficoltà a interpretare personaggi che invecchiano. Tanto più se, come in questo film, l'invecchiamento è sottolineato da un trucco pesante che finisce per inibire l'espressività.

J. EDGAR (Id.)
di Clint Eastwood. Con Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Judi Dench, Arnie Hammer. USA 2011; Biografico; Colore

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