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Dal n. 42 del 23 novembre 2003

«KILL BILL Vol. 1»

C'è una didascalia all'inizio di «Kill Bill» che dovrebbe renderci chiaro cosa possiamo attenderci da Quentin Tarantino e dalla sua ultima pirotecnica fatica: «La vendetta è un piatto che va servito freddo» – Antico proverbio Klingon. Ora, attribuire ai micidiali alieni di «Star Trek» un adagio vecchio come il mondo, equivale a dichiarare pubblicamente di essere pronti a giocare con tutto.

«KILL BILL Vol. 1»

DI FRANCESCO MININNI
C'è una didascalia all'inizio di «Kill Bill» che dovrebbe renderci chiaro cosa possiamo attenderci da Quentin Tarantino e dalla sua ultima pirotecnica fatica: «La vendetta è un piatto che va servito freddo» – Antico proverbio Klingon. Ora, attribuire ai micidiali alieni di «Star Trek» un adagio vecchio come il mondo, equivale a dichiarare pubblicamente di essere pronti a giocare con tutto. Con il cinema, con la violenza, con i personaggi, con la storia, con la macchina da presa, con la verosimiglianza, con la logica, con il passato e con il presente. Che è, in fondo, la filosofia di vita di Tarantino, frettolosamente dichiarato maestro da qualche entusiasta e costretto a fare i conti con una fama esplosa con «Pulp Fiction», assopitasi con «Jackie Brown» e oscurata da «Four Rooms».

«Kill Bill» rappresentava in un certo senso la prova del nove, il film da non sbagliare. E Tarantino, per non tradire la propria vocazione di enfant terrible, è andato oltre. Ha preso Truffaut, Godard, Bruce Lee, Sergio Leone, le Charlie's Angels, il kung-fu, il western all'italiana, la tragedia greca e la commedia dell'arte (e chissà quant'altro ancora), ha agitato tutto nello shaker e, facendo sfoggio di tutta la violenza possibile, ha ottenuto qualcosa che già a priori si candidava come oggetto di culto.

A parte il fatto che quasi tutti i registi citati (cui aggiungeremmo anche John Woo, specialmente per «The Killer») sono più bravi di lui, Tarantino ha un difetto di fondo: dando l'impressione di non credere in niente che non sia cinema, scherza su tutto. Di fronte a «Cane di paglia» di Sam Peckinpah si poteva apprezzare la messa in scena e, una volta riconosciuta l'ideologia, prenderne le distanze. Con Tarantino questo non si può fare: in assenza di ideologia, bisogna accontentarsi della perizia del regista divoratore di cinema, di televisione e di fumetti, esaltandoci con lui ogni volta che viene amputato un braccio o tagliata una testa, sbellicandoci dalle risate quando Uma Thurman, sola con la sua katana, sbaraglia un esercito di nemici, fremendo di emozione quando la ragazza, per sfuggire a un bacio indesiderato, azzanna la lingua del malcapitato e poi gli fracassa la testa tra la porta e lo stipite.

Non esitiamo a riconoscere a Tarantino perizia tecnica e spettacolare, conoscenza delle fonti, cinefilia al limite del patologico, voglia di stupire e quant'altro. Ma neppure esitiamo a sollevare grosse riserve sulla sua effettiva statura d'autore e sul suo diritto ad essere ammesso nell'Olimpo del cinema contemporaneo. Senza contare che per vedere David Carradine e per sapere come finirà «Kill Bill», data la misteriosa suddivisione in due «volumi», dovremo anche attendere qualche mese.

KILL BILL Vol. 1 (Id.) di Quentin Tarantino. Con Uma Thurman, Lucy Liu, Daryl Hannah. USA 2003; Azione; Colore

Il sito italiano del film

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