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Dal n. 17 del 2 maggio 2004

«KILL BILL Vol. 2»

Avevamo lasciato la Sposa, ovvero Black Mamba, a metà della sua vendetta. La ritroviamo più in forma e spietata che mai in un racconto che, alternando flashback al proseguimento dell'azione, dovrebbe far quadrare i conti e condurre a una conclusione sensata. Hai detto niente. Chiedere a Quentin Tarantino una conclusione sensata (soprattutto dopo le pirotecniche esplosioni di violenza del volume primo), è come chiedere a un serpente a sonagli di non mordere. «Kill Bill vol. 2» mostra nell'autore la precisa volontà di stupire.

«KILL BILL Vol. 2»

DI FRANCESCO MININNI
Avevamo lasciato la Sposa, ovvero Black Mamba, a metà della sua vendetta. La ritroviamo più in forma e spietata che mai in un racconto che, alternando flashback al proseguimento dell'azione, dovrebbe far quadrare i conti e condurre a una conclusione sensata. Hai detto niente. Chiedere a Quentin Tarantino una conclusione sensata (soprattutto dopo le pirotecniche esplosioni di violenza del volume primo), è come chiedere a un serpente a sonagli di non mordere. «Kill Bill vol. 2» mostra nell'autore la precisa volontà di stupire. Ma, mentre nel primo episodio erano ritmo e azione tambureggiante a farla da padroni, qui subentra una certa verve filosofica che allunga i tempi, allontana la conclusione e ci fa capire che chi è nato per fare una cosa non dovrebbe intestardirsi a farne un'altra.

Bill, in flashback, entra subito in azione. È insinuante, affascinante, praticamente letale. Ma è anche leggermente esagerato: le sue motivazioni del massacro che da il là a tutta l'azione sembrano francamente pretestuose, buone per giustificare un film che non assomiglia per niente a nessun tipo di realtà. E veniamo al punto chiave: «Kill Bill» non ha niente a che vedere con la realtà, ma si nutre esclusivamente di cinema. I duelli acrobatici sono cinematografici, i personaggi-simbolo sono cinematografici, la filosofia (orientale o occidentale che sia) è puramente cinematografica. Tarantino scherza con tutto, e più di tutto con il cinema. Peccato che questo non corrisponda a un'ironia di fondo: mentre scherza con il cinema (cioè con le fonti, con i maestri, con le scene madre), l'autore espone fatti che sembrano prendersi molto sul serio. D'altra parte, in un racconto fitto di citazioni visive e musicali, è molto difficile distinguere il vero dal falso.

E siamo alle solite: qualcuno griderà al capolavoro, qualcuno si annoierà, qualcuno capirà di aver perso tempo, qualcuno rimarrà beatamente indifferente. Da parte nostra, continuiamo a pensare che il talento di Tarantino abbia trovato la sua giusta collocazione in questo mondo inesistente equamente diviso tra cinema, musica e fumetti. Chiedergli di più significherebbe condannarlo a rivelarsi nella sua sostanziale superficialità e inconsistenza.
Da ricordare Pai Mei, un maestro di arti marziali più saggio e spietato del Miyagi di «Karate Kid», una curiosa dissertazione di Bill sugli eroi dei fumetti e in particolare su Superman, un flauto che dovrebbe suscitare riflessioni filosofiche e una risposta alla domanda se Tarantino sia in grado di fare qualunque cosa. Non lo è.

KILL BILL Vol. 2 (Id.) di Quentin Tarantino. Con Uma Thurman, David Carradine, Michael Madsen, Daryl Hannah. USA 2004; Azione; Colore

Il sito italiano del film

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