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Dal n. 2 del 12 gennaio 2002

L'inconsistente pesantezza dell'essere: «FEMME FATALE»

Tutto può accadere nel cinema di Brian De Palma. Ma niente è vero. Così si può lapidariamente sintetizzare il senso (o il non senso) di «Femme fatale», un film affascinante e virtuosistico che, mentre ribadisce l'assoluta eccellenza dell'autore nel costruire scatole cinesi, spiazzare il pubblico con sogni, incubi e domande senza risposta, volare alto sulla macchina cinema esplorando i più riposti segreti della tecnica, ne scopre nuovamente l'inconsistenza tematica.

L'inconsistente pesantezza dell'essere: «FEMME FATALE»

DI FRANCESCO MININNI
Tutto può accadere nel cinema di Brian De Palma. Ma niente è vero. Così si può lapidariamente sintetizzare il senso (o il non senso) di «Femme fatale», un film affascinante e virtuosistico che, mentre ribadisce l'assoluta eccellenza dell'autore nel costruire scatole cinesi, spiazzare il pubblico con sogni, incubi e domande senza risposta, volare alto sulla macchina cinema esplorando i più riposti segreti della tecnica, ne scopre nuovamente l'inconsistenza tematica. Come a dire che il cinema è un gioco da giocare senza regole, ovverosia senza chiedere spiegazioni o perché. Come a dire che la macchina da presa basta a se stessa. Proseguendo su questa strada con occasionali deviazioni («Scarface» e «Carlito's Way»), De Palma è diventato un narcisista che si compiace della propria bravura e che probabilmente non ha neanche più bisogno di qualcuno che gridi al capolavoro. La sua idea di cinema è strettamente legata al «come» girare, non più al «cosa», e le ricorrenti valenze esistenziali sembrano più una pedina del gioco che una necessità etica.

La «femme fatale» è una bionda che, d'accordo con due complici, durante il Festival di Cannes ruba a una modella alcuni preziosissimi gioielli. Ma poi fugge con i preziosi, cambia identità e, scambiata da qualcuno per un'aspirante suicida, ne sottrae documenti e un biglietto d'aereo per gli Stati Uniti. Un fotografo, però, l'ha immortalata per le vie di Parigi e, senza saperlo, ha in mano un tesoro. Qualche anno dopo i loro destini si incroceranno di nuovo: lei è diventata moglie di un ambasciatore, lui continua a fotografarla anche quando non dovrebbe. Mentre le carte continuano a rimescolarsi, nessuno può contare su un destino già scritto...

«Femme fatale» è un film da vedere, non da raccontare. Perché il fascino degli equilibrismi di De Palma, messo nero su bianco, rivela tutti i suoi limiti. L'immagine, invece, può anche ipnotizzare: quando le due donne si accarezzano nella doccia durante l'inaugurazione del Festival di Cannes, quando un incidente stradale cambia di vittime e assassini per riconfigurare la storia, quando un tuffo nella Senna porta la protagonista a risvegliarsi nella vasca da bagno, De Palma si conferma gran burattinaio, innamorato della macchina da presa quanto disinteressato all'essere umano che cattura con l'obiettivo. È lui la star del film: né Antonio Banderas né Rebecca Romijn-Stamos, che sulla scacchiera della vita non esistono e su quella del cinema restano comparse. Alfred Hitchcock, di cui sono citati «La donna che visse due volte» e «Marnie», abita su un altro pianeta.

FEMME FATALE (Id.) di Brian De Palma. Con Antonio Banderas, Rebecca Romijn-Stamos, Peter Coyote.
USA/FRANCIA 2002; Thriller; Colore

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