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LA TALPA

Le spie di John Le Carré sono con tutta probabilità le più realistiche nella letteratura del genere. Niente mitizzazioni, romanticismi, spettacolarizzazioni, brividi di repertorio: invece molta tristezza, un diffuso senso claustrofobico, la precisa sensazione che da qualche parte nel mondo esistono proprio persone così che hanno votato la propria esistenza a una causa sporca e in cambio ne hanno ricevuto soltanto solitudine e rabbia.

Parole chiave: cinema (291)
LA TALPA

DI FRANCESCO MININNI

Le spie di John Le Carré sono con tutta probabilità le più realistiche nella letteratura del genere. Niente mitizzazioni, romanticismi, spettacolarizzazioni, brividi di repertorio: invece molta tristezza, un diffuso senso claustrofobico, la precisa sensazione che da qualche parte nel mondo esistono proprio persone così che hanno votato la propria esistenza a una causa sporca e in cambio ne hanno ricevuto soltanto solitudine e rabbia. «La talpa», uno dei suoi romanzi più riusciti e più letti nel mondo, risale al 1973 e aveva già avuto una riduzione televisiva nel 1979, diretta da John Irvin e interpretata da un sempre ammirevole Alec Guinness nella parte di Smiley. Il film di Tomas Alfredson, regista svedese autore dell'anomalo film di vampiri «Lasciami entrare», era a rischio per diversi motivi. Soprattutto perché, nonostante la produzione inglese, nel cast di tutte stelle primeggia un attore che più americano non si può come Gary Oldman, che poteva spostare la vicenda verso un versante spionistico più d'azione e quindi più destinato a una pronta esportazione. D'altronde, lo stile di Alfredson è notoriamente caratterizzato da una maniacale cura per il dettaglio che esclude a priori le soluzioni più facili. Possiamo dire che il risultato sposta l'ago della bilancia decisamente dalla parte del regista con un contributo di Oldman che non è esagerato definire fondamentale. A convincere meno, invece, è il lavoro degli sceneggiatori Bridget O'Connor e Peter Straughan, con i quali ha collaborato lo stesso Le Carré. Un po' perché il genere spionistico così come rappresentato appare ormai superato e in un certo senso vetusto, un po' perché non c'è niente di facile nel condensare in poco più di due ore un romanzo complesso come «La talpa», un po' per certe scelte discutibili come ad esempio il ricorso frequente al flashback che serve soltanto a far perdere contatto con la linea principale del racconto. Si apprezzano il lavoro di Alfredson e alcune eccellenti prove d'attore, ma si rimane piuttosto distanti dalla vicenda raccontata.

Che, a grandissime linee, riguarda il meticoloso, astuto, brillante lavoro di George Smiley che, pur essendo pensionato del MI6 per volontà altrui, è richiamato in servizio per scoprire chi sia la talpa del Kgb ai più alti livelli dei servizi segreti britannici. Il campo dei sospetti si circoscrive a quattro capiservizio che, in codice, sono conosciuti come Calderaio, Sarto, Soldato e Spia.

A tutti gli effetti, «La talpa» non è un film di spionaggio. Il fatto che l'ambiente sia quello del quartier generale dei servizi segreti e che la storia si divida tra Londra, Budapest e Istanbul non deve far perdere di vista il fatto che nel film si parla in prima battuta di fallimenti, cinismo, solitudini e soltanto in seconda di giochi di potere e intrighi internazionali. In questo senso il lavoro di Alfredson è mirato e consapevole. Il regista si disinteressa dell'azione e, prendendosi i tempi necessari, racconta la storia di un pensionato scaricato dai superiori e dalla moglie che, senza mai fare una piega dal punto di vista comportamentale, organizza una ragnatela molto simile a una scacchiera sulla quale sarà lui a muovere i pezzi nella direzione desiderata. Ma ciò non deve far pensare che «La talpa» contenga un sottotesto nel quale il lavoro di Smiley diventa una sorta di compensazione per le umiliazioni subite. L'eventualità che, rientrando in casa dopo aver ultimato la missione, Smiley possa ritrovare la moglie è un semplice accessorio non sottolineato da alcuna enfasi espressiva o musicale. Insomma, completare il lavoro per il quale è stato richiamato in servizio non dovrebbe cambiare alcunché nella sua vita. Tutto questo trova in Gary Oldman un interprete sorprendentemente misurato e mai monotono nonostante i pochissimi cambi d'espressione. Meglio lui dei nobili comprimari, spesso relegati in comparsate eccellenti. Soprattutto sembra sbagliata la scelta di Colin Firth per uno dei sospettati. Quando di un attore di tanta fama ci si chiede fino a pochi minuti dalla fine il perché della presenza, è lecito sospettare qualcosa che a quel punto difficilmente ci sorprenderà.

LA TALPA (Tinker, Tailor, Soldier, Spy)
di Tomas Alfredson.
Con Gary Oldman, John Hurt, Colin Firth, Ciaràn Hinds, Toby Jones, Tom Hardy. GB 2011; Spionaggio; Colore

LA TALPA
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