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LE IDI DI MARZO

Vi è un cinema, in America, che potremmo chiamare militante e che periodicamente si occupa senza mezze misure della politica, dei suoi meccanismi, della sua sporcizia, senza nulla togliere alle ragioni dello spettacolo. Che sia Otto Preminger con «Tempesta su Washington», Franklin J. Schaffner con «L'amaro sapore del potere», Michael Ritchie con «Il candidato», Alan J. Pakula con «Perché un assassinio», per quanto acuta sia la critica, profonde le motivazioni, interessanti le risultanze, resta il fatto che la meravigliosa ambiguità dell'industria cinematografica non esclude mai l'importanza del riscontro del pubblico.

Parole chiave: cinema (291)
LE IDI DI MARZO

DI FRANCESCO MININNI

Vi è un cinema, in America, che potremmo chiamare militante e che periodicamente si occupa senza mezze misure della politica, dei suoi meccanismi, della sua sporcizia, senza nulla togliere alle ragioni dello spettacolo. Che sia Otto Preminger con «Tempesta su Washington», Franklin J. Schaffner con «L'amaro sapore del potere», Michael Ritchie con «Il candidato», Alan J. Pakula con «Perché un assassinio», per quanto acuta sia la critica, profonde le motivazioni, interessanti le risultanze, resta il fatto che la meravigliosa ambiguità dell'industria cinematografica non esclude mai l'importanza del riscontro del pubblico. Certo, «Nashville» di Robert Altman è una luminosa eccezione. Nei rimanenti casi, invece, il contenitore è sempre quello del thriller: si parla di cose serie in modo che anche il pubblico non interessato ad ascoltarle sia comunque attratto dalla suspense se non dalla tensione morale.

Ciò introduce come meglio non si potrebbe il discorso sul nuovo film di George Clooney «Le idi di marzo», sceneggiato dallo stesso Clooney, Grant Heslov e Beau Willimon sulla base del dramma teatrale «Farragut North» dello stesso Willimon. Pare che il cambio del titolo sia stato fortemente voluto da Clooney di modo che nessuno potesse dubitare dei reali intenti del film: mentre «Farragut North» è semplicemente una fermata della metropolitana di Washington, le idi di marzo rendono immediatamente l'idea del complotto, dell'azzeramento degli ideali, del tradimento. E il fatto che il film fosse già pronto da girare alla vigilia dell'elezione di Obama ma sia stato reso esecutivo soltanto adesso, dovrebbe far capire che l'idea di aria nuova portata dal nuovo presidente ha già lasciato il posto a forti meditazioni critiche. Tutto interessante, ottimamente sceneggiato e ben diretto. Ma ciò non toglie che «Le idi di marzo» sia anche un thriller.

In piena bagarre per il rush finale delle elezioni primarie del partito democratico, i due candidati Morris e Pullman si sfidano a colpi di interviste televisive, apparizioni pubbliche, sondaggi e, soprattutto, lavoro oscuro dei rispettivi staff. Il vice addetto stampa di Morris, Stephen Meyers, sembra realmente convinto che il suo capo abbia la stoffa per cambiare le cose e che possa essere l'unica possibilità del paese per non prendere una strada senza ritorno. Idealismo, sì, ma ampiamente calcolato. Al punto che tutto ciò che accadrà, dal lavoro sporco della concorrenza alla scoperta di un brutto trascorso del boss, non potrà che rafforzarlo nella sua ormai cinica convinzione: è necessario rimanere incollato a Morris per non perdere il treno del potere.

Ecco, il punto in più che pone «Le idi di marzo» al di sopra di un semplice thriller politico è proprio questo: in un film politicamente corretto, la scoperta da parte di Meyers di ciò che potrebbe abbattere di schianto la facciata perbenista di Morris sarebbe stato usato a tale scopo, magari a prezzo di rimetterci la carriera. Clooney, invece, opta per il cinismo senza limiti e spinge Meyers in cima al mondo (a quella che Meyers pensa sia la cima del mondo). Così l'idealismo diventa materia per gli utopisti e l'unica cosa sulla quale si possa continuare a discutere è la differente gradazione di corruzione da un individuo all'altro. In questo senso c'è del coraggio nel film che, invece di sparare ad alzo zero su chiunque attraversi il campo visivo, fa presente che esiste tuttora un'obiettiva situazione di disagio che non ha ancora trovato adeguata soluzione. E lo fa con il contributo di attori straordinari che, invece di farsi la guerra, fanno squadra: lo stesso Clooney, Ryan Gosling e, su tutti, Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman, senza dimenticare il prezioso contributo femminile di Evan Rachel Wood e Marisa Tomei.

L'ultima domanda è: che cosa sarebbe accaduto dopo le idi di marzo se Cesare e Bruto si fossero precedentemente accordati?

LE IDI DI MARZO (The Ides of March)
di George Clooney. Con Ryan Gosling, George Clooney, Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei. USA 2011; Drammatico; Colore

LE IDI DI MARZO
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