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Dal n. 44 del 4 dicembre 2005

«LORD OF WAR»

Certo, «Lord of War» non è un film da buttare. Ma vien fuori più come un servizio da telegiornale che come un racconto simbolico. E non serve che verso la fine Orlov tiri in ballo il Presidente degli Stati Uniti, che in un giorno vende più armi di quante lui possa vendere in un anno. Il discorso che Chaplin faceva pronunciare a Verdoux, che si dichiarava assassino, ma dilettante in confronto ai potenti della Terra, aveva un'altra profondità e soprattutto non era prevedibile o già noto.

«LORD OF WAR»

DI FRANCESCO MININNI
Un'irresistibile ascesa di Yuri Orlov, che dalla povertà di un quartiere ebraico passa al mercato delle armi che contano, poteva dare vita a un film forse non esplosivo, ma certamente attuale e in grado di far riflettere. Tanto più nelle mani di Andrew Niccol, sceneggiatore di «The Truman Show» e regista di «Gattaca» e «Simone», a suo agio con temi scottanti da trattare ora con ironia ora con graffianti metafore. E invece «Lord of War» delude.

Le ragioni possono essere molteplici. Da una parte è la prima volta che Niccol si prende terribilmente sul serio, ritenendo forse che l'argomento non lasciasse alcuno spazio a frecciate ironiche o a qualunque ombra di umorismo. Dall'altra, bisogna dire che il mercato delle armi è obiettivamente all'ordine del giorno, in un modo tale che nessuno possa pensare alla figura del mercante come a quella di un santo o di un benefattore. C'è da dire, infine, che Niccol ha optato per una narrazione molto più verbale che visiva: Yuri Orlov, interpretato correttamente da Nicolas Cage, non fa che parlare, in campo o fuori campo, esponendo quelle che dovrebbero essere le proprie ragioni con perfetto cinismo da uomo d'affari.

Questo porta a un impoverimento visivo del film. Se consideriamo che «Lord of War» inizia alla grande con il percorso di un proiettile dalla fabbrica alla testa di una vittima innocente, bisogna concludere che che era quella la strada da seguire per ottenere un risultato che fosse non soltanto coinvolgente, ma anche sconvolgente. La logorrea di Orlov, invece, finisce per creare una barriera tra lo spettatore e la materia narrata, quasi che Niccol si preoccupasse di non essere abbastanza chiaro con le sue immagini e sentisse il bisogno di spiegare passo dopo passo, con parole usate come didascalie, il messaggio del film.

Certo, «Lord of War» non è un film da buttare. Ma vien fuori più come un servizio da telegiornale che come un racconto simbolico. E non serve che verso la fine Orlov tiri in ballo il Presidente degli Stati Uniti, che in un giorno vende più armi di quante lui possa vendere in un anno. Il discorso che Chaplin faceva pronunciare a Verdoux, che si dichiarava assassino, ma dilettante in confronto ai potenti della Terra, aveva un'altra profondità e soprattutto non era prevedibile o già noto.

Anche la parte riguardante la vita privata di Orlov, che naturalmente non riesce a far quadrare i sentimenti con le esigenze della sua attività, appare più strumentale che sostanziale. Oltre alla grande tristezza per una situazione esistente, rimane la battuta che Orlov pronuncia in apertura del film: «Al mondo esiste un'arma ogni dodici abitanti. La domanda è: come facciamo ad armare gli altri undici?». In chiusura, ci avrebbe fatto riflettere a lungo. In apertura, invece, crea un'aspettativa che non trova riscontro nei fatti.

LORD OF WAR (Id.) di Andrew Niccol. Con Nicolas Cage, Ethan Hawke, Ian Holm. USA 2005; Drammatico; Colore

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