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La forma dell'acqua

Alle radici de «La forma dell’acqua» di Guillermo Del Toro sta un intento ben preciso che non è romantico né fantastico né fiabesco, ma semplicemente politico.

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Locandina del film

Se un film anomalo (il che vuol dire semplicemente di genere) come La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro ha vinto un Leone d’Oro a Venezia, due Golden Globes e ha guadagnato tredici nomination all’Oscar, una ragione ci sarà. Non è un capolavoro. Del Toro ha i suoi difetti e se li tiene stretti, continuando a far procedere di pari passo una forte capacità evocativa e un occhio di riguardo per mostri e creature abnormi con l’irresistibile desiderio di spingere la rappresentazione oltre quel confine che divide il gusto dalla sfrontatezza e dalla provocazione ad ogni costo. Che, in questo caso, significa mettere in scena una tenerezza addirittura controcorrente e, a intervalli non regolari, sbattere in faccia al pubblico esplicitazioni fini a se stesse, o meglio non necessarie.

Ma alle radici de La forma dell’acqua sta un intento ben preciso che non è romantico né fantastico né fiabesco, ma semplicemente politico. Unendosi alla nutrita truppa degli artisti anti-Trump, il regista di Guadalajara (beh, la nazionalità messicana non è casuale) elegge a protagoniste assolute del suo film le minoranze in tutte le forme. Un extracomunitario come nessun altro (la creatura), una donna delle pulizie muta e sola (Elisa), la sua collega e amica di colore (Zelda) e il suo vicino di casa premuroso e disoccupato nonché omosessuale (Giles). Di contro, i cattivi sono l’esercito americano, un implacabile agente che risolve problemi (Strickland) e gli scienziati che si piegano ai diktat del potere. Il messaggio è chiaro: Del Toro sta dalla parte degli ultimi, cui sacrifica anche una parte del proprio estro visionario pur di difendere a spada tratta le loro ragioni.

Elisa, muta e sola, lavora come donna delle pulizie in un centro ricerche ad alto livello. Qui viene portata una creatura metà uomo e metà pesce catturata in Amazzonia. E mentre l’agente Strickland e gli scienziati non pensano ad altro che a sfruttarne le differenze genetiche con finalità militari (siamo in piena guerra fredda) senza risparmiare torture né una probabile eliminazione, Elisa avvicina lo straniero con semplicità, facendogli ascoltare musica e portandogli uova sode. Quando poi capisce che la creatura è destinata a morte certa, decide d’impulso di darle la libertà per farla tornare al suo regno naturale. L’agente Strickland è di tutt’altro avviso.

I maniaci delle citazioni si sono scatenati per trovare tutte le fonti del film (che sono molteplici). Questa volta, però, a noi basta il ricordo de «Il mostro della laguna nera» di Jack Arnold per avere una piattaforma già sufficientemente consistente. L’amore da fiaba tra Elisa e il mostro rappresenta a tutti gli effetti un’inversione di tendenza rispetto alle favole che prevedano una bella e una bestia, non foss’altro perché Elisa non è bella e il mostro non viene distrutto.

Del Toro ha dovuto cercare, non trovandolo sempre, un difficile equilibrio tra materiale fantastico e sottotesto politico, cadendo talvolta nelle trappole del furore polemico, di una rappresentazione scolastica della lotta di classe e, non ultimo, nel rendere troppo espliciti dettagli (la pratica della masturbazione di Elisa, il sesso tra Strickland e la moglie come fosse un assalto di truppe speciali) che forse bastava accennare.

Così La forma dell’acqua si divide tra alte aspirazioni e bassi istinti, ovvero tra cinema altamente evocativo e ricadute di imprevedibile banalità. Il che assomiglia molto al cinema di Del Toro, che mentre difende le minoranze non dimentica mai le proprie passioni primordiali.

Bisogna dire, però, che l’andamento del film è abbastanza omogeneo e finisce per far prevalere le ragioni del cuore a quelle dello stomaco. E soprattutto, se da una parte presenta una creatura abbastanza antropomorfa dal costume consapevolmente imperfetto (Doug Jones, già Abe Sapien in Hellboy e il fauno ne «Il labirinto del fauno»), dall’altra trova in Sally Hawkins una protagonista ideale capace di trasmettere ogni emozione con la semplicità di un genio discreto. E quando la creatura scappa, Elisa la ritrova al cinema a guardare ammirata lo schermo gigante: l’effetto speciale guarda se stesso e ne subisce la magia.

LA FORMA DELL’ACQUA (The Shape of Water) di Guillermo Del Toro. Con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Octavia Spencer. USA 2017; Fantastico; Colore.

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