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Dal n. 10 del 13 marzo 2005

«MILLION DOLLAR BABY»

Il pugilato è una storia di sconfitte, più che di vittorie. E ora che Clint Eastwood ha cominciato a riflettere sulla propria età e sulle radici del proprio cinema, «Million Dollar Baby» arriva come un'amarissima riflessione sul difficile mestiere del perdente e su quanto possa essere difficile trovare ragioni di vita quando non si fa altro che avvicinarsi ogni giorno di più alla morte.

«MILLION DOLLAR BABY»

DI FRANCESCO MININNI
Il pugilato non è quel mondo di vittorie e lustrini che la mitologia vorrebbe. Neanche al cinema, dove si passa dal pessimismo di John Huston in «Città amara» al fatalismo di Robert Wise in «Stasera ho vinto anch'io», dalle lacrime di Zeffirelli in «The Champ» al cinismo di Mark Robson ne «Il colosso d'argilla». Il pugilato è una storia di sconfitte, più che di vittorie. E ora che Clint Eastwood ha cominciato a riflettere sulla propria età e sulle radici del proprio cinema, «Million Dollar Baby» arriva come un'amarissima riflessione sul difficile mestiere del perdente e su quanto possa essere difficile trovare ragioni di vita quando non si fa altro che avvicinarsi ogni giorno di più alla morte.

Il perdente è Frankie Gunn, proprietario di una palestra nei sobborghi di Los Angeles, sconfitto nella boxe e nella vita, che tenta inutilmente di riallacciare i rapporti con una figlia cui ha qualcosa di grosso da farsi perdonare. L'altro perdente è il suo collaboratore tuttofare, che un tempo è stato un buon pugile ma non ha saputo prendere il treno giusto per arrivare. La possibile ragione di vita è Maggie Fitzgerald, trentenne, che si allena quotidianamente e sogna di diventare campionessa di boxe. Un po' per la volontà della ragazza, un po' perché vede in lei un riflesso della figlia lontana, Frankie accetta di farle da allenatore e riesce a portarla molto vicina al titolo. Ma per i perdenti il treno continua a non passare. Maggie, colpita slealmente da un'avversaria, resta paralizzata e chiede a Frankie di aiutarla a morire. E Frankie dovrà decidere.

Il cinema di Eastwood è solido, concreto e soprattutto essenziale. In «Million Dollar Baby», tuttavia, deve affrontare una difficile battaglia che porta a uno sbalzo di stile. La parte dedicata alla boxe è sicuramente di impianto più tradizionale, si direbbe quasi di repertorio se non fosse per il fatto che il pugile è una donna. La parte dedicata all'incidente e alle sue conseguenze, invece, comporta una massiccia dose di realtà che rischia di far perdere la misura all'autore. Si capisce allora che il modo giusto di avvicinarsi al film consiste nel seguire attentamente il personaggio di Gunn/Eastwood senza lasciarsi distrarre né dal pugilato né dall'eutanasia.

In questo modo, si potranno apprezzare tutte le sfaccettature di un'esistenza (come ce ne sono tante) che cerca disperatamente di rimettere a posto i pezzi del passato tentando contemporaneamente di non lasciarsi coinvolgere dal futuro. E come «Mystic River», «Million Dollar Baby» è una storia in cui non tutti i pezzi vanno al posto giusto e in cui diventa fondamentale il contributo dei protagonisti. Clint Eastwood, invecchiando senza problemi e prendendone atto con coraggio e una sorta di saggezza; Morgan Freeman, regalando lampi di straordinaria dignità a un personaggio che la vita ha relegato all'angolo; Hilary Swank, incarnando con grinta e carattere una ragazza che, per due uomini molto più vecchi, potrebbe rappresentare l'ultimo treno.

MILLION DOLLAR BABY (Id.) di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman. USA 2004; Drammatico; Colore

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