Al cinema
stampa

Dal n. 30 del 1° settembre 2002

Non si muore mai da una parte sola: «WE WERE SOLDIERS»

La valle di Ia-Drang, nel Nord Vietnam, fu teatro nel 1965 di una sanguinosa battaglia che, pur vinta dagli americani, fece loro capire come uscire vincitori o semplicemente vivi da quel paese non sarebbe stato facile. Dopo «Salvate il soldato Ryan» il cinema americano si è riappropriato della retorica bellica aggiungendovi una buona dose di realismo cruento per salvare le apparenze. Ma nel caso di «We Were Soldiers» le contraddizioni saltano agli occhi...

Non si muore mai da una parte sola: «WE WERE SOLDIERS»

DI FRANCESCO MININNI
La valle di Ia-Drang, nel Nord Vietnam, fu teatro nel 1965 di una sanguinosa battaglia che, pur vinta dagli americani, fece loro capire come uscire vincitori o semplicemente vivi da quel paese non sarebbe stato facile. Dopo «Salvate il soldato Ryan» il cinema americano si è riappropriato della retorica bellica aggiungendovi una buona dose di realismo cruento per salvare le apparenze. Il gioco, più o meno, consiste nel continuare a tessere le lodi dei giovani eroi americani eliminando però l'alone romantico e sostituendolo con una guerra, a tutti gli effetti, brutta, sporca e cattiva.

Nel caso di «We Were Soldiers», diretto dal Randall Wallace autore della sceneggiatura di «Braveheart» e della regia de «La maschera di ferro», le contraddizioni saltano agli occhi e portano a fare qualche considerazione a ritroso nel tempo. Ad esempio, se il modello fosse stato «Platoon» di Oliver Stone, probabilmente ci sarebbe stata meno retorica e più realismo (dove verità sembra comunque una parola troppo grossa), in nome dell'incontestabile certezza che né Spielberg ha partecipato alla seconda guerra mondiale, né Wallace a quella del Vietnam, mentre Oliver Stone in Vietnam c'è stato ed ogni eventuale retorica gli viene da personali convinzioni e non da ordini di scuderia.
Il film di Wallace, indubbiamente accurato nella ricostruzione della lunga battaglia, pieno di sangue e di fori di proiettili, non avaro nel mostrare l'effetto delle esplosioni e del napalm, ha il grande, fastidioso difetto di parlare di morte come se a subirne le conseguenze fossero stati soltanto i «ragazzi» americani, proprio mentre la rappresentazione stessa indugia più volte sulle numerosissime perdite da parte vietnamita. Il tutto tacitato dal bel gesto del colonnello Moore (un Mel Gibson sempre affidabile, anche se le sue scelte non lo sono altrettanto) che, a guerra finita, fa sì che il quaderno di un caduto vietnamita sia recapitato alla donna che lo amava e che non potrà riabbracciarlo. È poco come lavaggio di coscienza. Sarebbe stato meglio dire chiaramente, senza lasciarlo all'interpretazione del singolo, che in guerra si muore dall'una e dall'altra parte e che, prima di accampare ragioni, si dovrebbe essere sicuri di aver fatto tutto il possibile per arrivare a un accordo tra le parti senza sparare neanche un colpo. Se questa è utopia, allora viviamo nel mondo sbagliato.

WE WERE SOLDIERS (Id.) di R. Wallace. Con M. Gibson, M. Stowe, G. Kinnear, S. Elliott.

Non si muore mai da una parte sola: «WE WERE SOLDIERS»
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento