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Dal n. 27 del 14 luglio 2002

Quando l'eroe arriva per ultimo: «SOTTO CORTE MARZIALE»

Tratto da un libro di John Katzenbach, che racconta le esperienze del padre, il film di Hoblit potrebbe essere un buon esempio di studio psicologico arricchito da tematiche imprevedibilmente razziali. Il condizionale è dovuto al fatto che, al momento di tirare le somme, qualcuno ha sentito la necessità (tipicamente americana) di eleggere a protagonista l'eroismo ad ogni costo, togliendo buona parte di forza e incisività a un racconto che meritava di meglio.

Quando l'eroe arriva per ultimo: «SOTTO CORTE MARZIALE»

DI FRANCESCO MININNI
Splendori e miserie dei campi di prigionia sono un classico del cinema bellico, da «La grande fuga» di John Sturges a «Uomni e filo spinato» di Lamont Johnson, da «La grande illusione» di Jean Renoir a «Furyo» di Nagisa Oshima. «Sotto corte marziale» di Gregory Hoblit, però, chiama in causa un piccolo classico del genere, «Stalag 17» di Billy Wilder, evidentemente preso come modello nella descrizione dei rapporti tra i prigionieri, nella distinzione tra ufficiali e soldati, nella rappresentazione molto caratterizzata del comandante del campo (là era Otto Preminger) e nella difficile identificazione di amici e nemici. Tratto da un libro di John Katzenbach, che racconta le esperienze del padre, il film di Hoblit potrebbe essere un buon esempio di studio psicologico arricchito da tematiche imprevedibilmente razziali. Il condizionale è dovuto al fatto che, al momento di tirare le somme, qualcuno ha sentito la necessità (tipicamente americana) di eleggere a protagonista l'eroismo ad ogni costo, togliendo buona parte di forza e incisività a un racconto che meritava di meglio.

Nel 1944, in un campo di prigionia tedesco, l'arrivo di due ufficiali di colore crea qualche problema. Esclusi dalla baracca degli ufficiali, i due sono destinati a una baracca di soldati, alcuni dei quali particolarmente avversi al colore della loro pelle. Uno dei due, accusato di furto, è immediatamente giustiziato dai tedeschi. L'altro, accusato di omicidio, è sottoposto al giudizio di una corte marziale presieduta dall'ufficiale più alto in grado, il colonnello McNamara. Questi assegna al tenente Hart la difesa dell'accusato. Hart si impegna a fondo: ma scoprirà quante manovre si nascondano dietro l'accaduto, quale possa essere la differenza tra coraggio e viltà, quale sia il reale significato della parola «onore».

Mentre la storia procede, ci si accorge che anche se il genere bellico-processuale ha un margine veramente minimo di novità, il senso del ritmo di Hoblit e la buona sceneggiatura di Ray e George non consentono distrazioni o sbadigli. Come dire che un sensato dibattito sul valore della persona umana, sulla giustizia e sulla dignità è sempre in grado di toccare corde che comunque ci appartengono e che è importante non far atrofizzare. Proprio per questo, quando i giochi sembrano fatti e siamo ormai rassegnati all'ennesima grande ingiustizia, una sorpresa finale e l'imprevedibile (peggio: insensato) voltafaccia di un personaggio fanno quadrare i conti con la storia da raccontare a figli e nipoti perché siano convinti che a questo mondo non ci sia niente di meglio che nascere americani. E «Sotto corte marziale» dimentica la battaglia in difesa dell'uomo per combattere quella (molto più facile) a favore dell'eroe. Che questa volta, però, arriva proprio per ultimo.

SOTTO CORTE MARZIALE (Hart's War) di Gregory Hoblit. Con Bruce Willis, Colin Farrell, Linus Roache. USA 2002; Drammatico; Colore

Quando l'eroe arriva per ultimo: «SOTTO CORTE MARZIALE»
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