Al cinema
stampa

REIGN OVER ME

Accettare il dolore, riuscire in un certo senso a metabolizzarlo e trarne addirittura forze nuove per andare avanti, non è certo un'operazione automatica che ci fa arrivare il prodotto finito senza che ognuno di noi debba metterci del suo. Mike Binder, che fino ad ora si era mantenuto nei limiti di un cinema riflessivo, sì, ma invariabilmente affiliato a qualche genere classico (la commedia di «Litigi d'amore», ad esempio) che desse sicuri punti di riferimento anche al pubblico, con «Reign Over Me» tenta il salto di qualità.

Parole chiave: cinema (291)
REIGN OVER ME

DI FRANCESCO MININNI

Accettare il dolore, riuscire in un certo senso a metabolizzarlo e trarne addirittura forze nuove per andare avanti, non è certo un'operazione automatica che ci fa arrivare il prodotto finito senza che ognuno di noi debba metterci del suo. Mike Binder, che fino ad ora si era mantenuto nei limiti di un cinema riflessivo, sì, ma invariabilmente affiliato a qualche genere classico (la commedia di «Litigi d'amore», ad esempio) che desse sicuri punti di riferimento anche al pubblico, con «Reign Over Me» tenta il salto di qualità. E, per far capire che fa sul serio, sceglie l'argomento tuttora più difficile sul suolo americano: le conseguenze dell'11 settembre 2001. Ma, pur cadendo in qualche ovvietà, indicando talora soluzioni troppo facili e situazioni al limite del surreale, riesce a non essere né ricattatorio né scontato. Soprattutto nel riaffermare con forza che il crollo delle Twin Towers sarà anche stata una tragedia planetaria, ma che in sostanza è andato a colpire la gente, i singoli, quelli cui non basta la solidarietà internazionale in un notiziario della sera per ricominciare a uscire di casa come se nulla fosse accaduto. Sarà poco, ma a noi basta per assegnare a «Reign Over Me» (citazione da una canzone dei Who, «Love Reign O'er Me») un posto particolare in un panorama cinematografico che spesso mostra soltanto paesaggi già visti.

Alan è un dentista con moglie e figlia che teoricamente non dovrebbe lamentarsi di niente. E invece è irrequieto, triste e bisognoso di aria nuova. Il vecchio compagno di stanza dell'università Charlie Fineman (nomen omen: uomo gentile, persona a modo) dovrebbe invece lamentarsi di tutto: ha perso la moglie, tre figlie e un cane su un aereo dell'11 settembre e da allora si è chiuso in se stesso, con i suoi dischi in vinile (più di 5.000), il suo videogame «Shadow of the Colossus» e il suo monopattino a motore con cui sfreccia per le strade incurante di semafori e stop. Accade che i due si ritrovino e che Alan si senta in qualche modo in dovere di aiutare l'amico, incontrando per fortuna persone ben disposte a dare una mano. A cose fatte, bisognerà valutare se l'aiuto sia stato monodirezionale o se invece Charlie abbia aiutato Alan almeno quanto Alan Charlie.

Che Don Cheadle («Hotel Rwanda» più della serie «Ocean's…») sia un attore di prim'ordine lo sapevamo già: il suo Alan è un personaggio complesso che lui riesce a rendere in ogni sfumatura. Ma che Adam Sandler, habituè della comicità semi-demenziale, fosse in grado di sostenere il peso di un personaggio come Charlie, look alla Bob Dylan e interiorità tormentata ventiquattr'ore al giorno, non era affatto prevedibile. E Sandler, cui è comunque richiesta un'apparente monotonia che dovrebbe far emergere le autodifese dal mondo reale, risponde con una identificazione che va oltre la semplice professionalità: ci fa respirare l'aria che respirano gli americani colpiti direttamente dall'attentato dell'11 settembre. Questo non deve far pensare a un film lamentoso e melenso: Binder, autore anche della sceneggiatura, sceglie di arrivare al traguardo attraversando il territorio (rischioso, ma per altri motivi) della commedia apparentemente surreale. Sta a noi capire che i personaggi «strani» che ci vengono proposti (la signora disturbata di Saffron Burrows, la psicologa paziente di Liv Tyler, la moglie di Alan di Jada Pinkett Smith, il giudice saggio di Donald Sutherland) sono, per così dire, i resti umani dell'11 settembre. Perché il dolore non è mai monotematico: ognuno lo elabora a suo modo, ognuno deve a suo modo contribuire a non farlo diventare una ragione di vita. Mike Binder, senza forzare la mano alla realtà, ha dato il proprio contributo.

REIGN OVER ME (Id.) di Mike Binder. Con Adam Sandler, Don Cheadle, Jada Pinkett Smith, Liv Tyler, Donald Sutherland. USA 2007; Drammatico; Colore

REIGN OVER ME
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento